Storia della mia poesia

Oggi era l’ultimo giorno di vacanze dal sempiterno lavoro che sta tra il grossolano e il sottile, cioè quello di scrittore e intellettuale. Terminate la stesura e la revisione de “La vita umana sul pianeta Terra”, con l’invio all’editore Mondadori la sera dell’Epifania (non si cercano qui facili e irrispettose allusioni), inizia una nuova e intensa stagione di studio, elaborazione e scrittura, questa volta di un saggio, parecchio complesso. E’ faticoso questo sottofondo mentale che non declina mai, che sempre si incanta meditando tra oggetti psichici, fantasmi, istanze, strutture, volute, ideazioni, affondi, sprofondamenti, inciampi, voli pindarici, sfinimenti, noie, irrisorietà, maturazioni del distacco: la mente è sempre purtroppo attiva, sempre consapevole di una sfondo “cosale”. Per fortuna invecchio, sono stanco: la stanchezza è una suprema maestra, insegna l’abbandono, permette di stare nel vuoto senza oggetto, è una forma di intensa meditazione che nulla ha a che vedere con la fatica. Insegna il silenzio. Sono sempre più stanco del moto perpetuo mentale e sempre di più mi prostra la scrittura, che va dirigendo il proprio passo verso orizzonti che interessano me (davvero non so quanto interessino alle lettrici e ai lettori). Ritenevo che non fosse possibile sentirmi più stravolto di quando lavorai a “Hitler” (che spero, al rinnovo dei diritti, di titolare come originariamente era titolato, cioè “Io Hitler”); invece “La vita umana sul pianeta Terra” mi ha prosciugato, lasciandomi inerte sulla battigia di una vita incomprensibile come tutte le esistenze, ma avvertita da me, con una particolare impudenza, cifrata secondo i canoni dell’impraticabilità e dell’assenza dal mondo – sensazione comune che, chissà perché, un’attività che si autodefinisce artistica dovrebbe in qualche modo legittimare o sollevare a livelli di enfasi del tutto immotivati.
In questa fase in cui “non c’è racconto” per me (ovverosia: secondo me e relativamente alla mia attività di scrittura) si danno due possibilità stilistiche non alternative: la poesia e il saggio.
Con la poesia ho da affrontare una serie di difficoltà personali, con il saggio ho da affrontare una serie di difficoltà fatali (intendo dire: che pertengono al mio fato, al mio percorso esistenziale). Ne scrivo in pubblico perché mi è molto utile questa forma di autochiarimento, serrato nei tempi, diaristico e quindi intimo, che una volta mi raggiungeva in forma di epistolario o di appunto, mentre ora mi è permesso in questo regime di transitorietà acuta, volatile, tuttavia molto significativa, grazie alla sensazione e all’oggettività del supporto di amiche e amici che spesso non conosco personalmente.
A tal proposito, cioè a proposito di questa forma confessionale, digitale e connessa: vado lungo appositamente. Dal 1991 batto in qualche modo gli spazi delle reti, dalle bbs al web, e sempre mi è interessata la soluzione stilistica (cioè *essenziale*) della rottura degli argini percettivi, dello sfondamento delle soglie di attenzione. Andare lungo, lunghissimo, ma motivatamente. E’ una retorica che viene praticata collettivamente grazie allo sfogo, che soltanto in apparenza è narcisistico o nevrotico, di coloro che ritengono di disporre oramai naturalmente di una platea, fantasmatica perché anzitutto interiore, e quindi strascrivono, esondano, vergano infiniti papelli di pixel, si percepiscono stare tra lo speaker’s corner e il monastero medievale, desunto immaginalmente dal film tratto dal bestseller di Umberto Eco o dal serial che ha imposto il bestseller di George Martin.
Affronto quindi la questione della poesia. Le difficoltà personali con la poesia sono di fatto una scena primaria per me, poiché esprimono la coreografia delle mie difficoltà con lo “io”. Ho iniziato a interessarmi tanto di letteratura fin da bambino, ma l’unica forma letteraria di cui mi interessavo era la poesia. Risultavo addirittura morboso rispetto alla poesia contemporanea italiana. Mi nutrivo di Zanzotto e De Angelis, di Porta, di Bertolucci, di Luzi, di Caproni. Ero partito con Montale, il Montale però soltanto degli “Ossi di seppia”, e mi ritrovavo a incardinare precocemente la mia intera esistenza sulla poesia. Scrivevo poesie mentre leggevo poesia. Studiavo la poesia e scrivevo. Facevo la facoltà di filosofia alla Statale di Milano e commisuravo la debolezza del “discorso” filosofico a fronte di una potenza intensissima che sperimentavo nei versi di Celan, di Eliot, di Stevens. Era un periodo orrendo. Mi trovavo malissimo in quella facoltà, a contatto di quella filosofia contemporanea, circondato da avventori per me angoscianti con cui mi sembrava necessario misurarmi (per ventura felicissima incontravo lì Igino Domanin e Domenico Cosenza, intellettuali con cui non ho mai smesso di confrontarmi negli anni, e che salvavano la sopravvivenza in quell’ambiente universitario piuttosto tossico). Nel frattempo, crescevo formandomi nel canone poetico, italiano e non soltanto. L’incontro con Antonio Porta diveniva un fondamento di quella mia esistenza. Impazzivo sempre sulle pagine, per me incomprensibili, con cui Contini introduceva all’edizione einaudiana del “Canzoniere” di Petrarca. Agamben mi forniva aperture inattese e stupefacenti. Incappando fortunatamente in studi matti e disperatissimi relativi all’esoterismo occidentale, mi trovavo a disporre di una chiave importante per accedere alla “Commedia” di Dante. Tempravo la mia educazione al fuoco poetico della rivista “Poesia” di Nicola Crocetti, che ben aveva ragione ad affermare che mai come lì mi sarebbe stato possibile studiare tanta poesia. In quella esperienza, proprio a poche settimane dalla mia fuoriuscita, veniva a temprarsi anche Aldo Nove: un fatto che ho sempre considerato significativo per me. In quel periodo avevo composto una raccolta poetica, “Libro bianco”, che ho perduto, era in bozze e fu cancellata dal computer del lavoro, non disponevo di file originali, a casa non avevo computer, vivevo solo e non avevo abbastanza soldi per comperarmi un Mac o un semplice pc. Quel libro deve essere andato del tutto perduto. Ne compaiono tracce in un numero decembrino della rivista di Crocetti e, forse, ha una copia delle bozze un mio amico. A quell’altezza smisi di scrivere versi. Andò stranamente. Tra i miei amici annoveravo poeti un poco più grandi di me, che a Padova avevano dato vita a una rivista che mi era sembrata notevole e di cui direttore responsabile figurava Giulio Mozzi. Questi amici leggevano le mie poesie, tentavano di correggerle, poi si arrendevano e mi dicevano che stilisticamente non andavo bene. Credevo molto alla loro competenza metrica, che per loro era un tratto connotativo quintessenziale, senza cui non si dà se non folklore poetico. Poco importava che fosse per me precocemente ed esistenzialmente decisivo il magistero di Antonio Porta, che mi spronava a insistere e mi correggeva. Porta – che avevo investito di una valenza paterna e magica, elemento senza cui è difficile che si dia magistero – era morto improvvisamente quando avevo diciott’anni, e questo fatto mi aveva precipitato in un mutismo pressoché assoluto, saturo di incertezza, tremolio interiore, balbettio, sensazione di inadeguatezza e incapacità e impotenza. A differenza di questi amici poeti, poi persi nel corso degli anni, ero molto interessato anche alla prosa e in particolare a quella italiana, per una sua peculiarità, poiché in quel momento storico appariva chiaro che l’italiano impattava contro i “generi” in voga o che stavano per diventare mode. Ai i critici italiani risultava tutto sconcertante: c’era chi si indignava per il fatto che in italiano non si praticasse il mainstream occidentale (thriller, noir, etc.) e c’era chi se ne stava in una inquietante torre d’avorio intellettuale (che schifo quella letteratura di serie b). Era una pista soltanto apparentemente superficiale, nascondeva un corso sotterraneo, molto profondo. Ecco un solco di un sistema linguistico che esprime un sistema poetico. Ritenevo che il momento storico e la lingua in cui vivevo esigessero dagli scrittori, veri o presunti, di compiere un tratto che consisteva nell’emersione del poetico in una narrazione finta. La necessità – mi pareva – era datteta da un movimento della lingua che si poteva cogliere soltanto considerando tempi molto lunghi, ben più che secolari. Si trattava di arrivare a comporre non romanzi nel senso corrente e neppure avanguardismi parapoetici. Servivano libri, poemi in forma di narrazione. “Woobinda” di Aldo Nove e “Lo spazio sfinito” di Tommaso Pincio mi parvero la dimostrazione che in quella direzione era necessario andare. Quando, in seguito, Wu Ming 1 si espresse in termini di “oggetti narrativi non identificati”, allora mi parve formulata sinteticamente la questione: non ci sono generi, sembra poi che esista un genere prosastico e uno poetico, ma anche quella è una distinzione tutto sommato transitoria. Mi chiedevo: ma che?, la tragedia classica è prosa o poesia? Perché?, sarebbe teatro? E le grandi epiche? La fiction italiana, in questa prospettiva, mi appariva esemplarmente una finzione di multiplo grado: non che fosse fiction, di fatto non lo era secondo i canoni occidentali, era invece proprio finta. Questa fiction non narrava, o almeno non lo faceva “semplicemente”, in quanto narrare è come ripetere le lettere dell’alfabeto quando già si sanno scrivere i temi. Narrare era slogare, così come poeticamente si sloga per versi, e nemmeno era narrare nel modo suppostamente praticato dalla cosiddetta tradizione prosastica italiana, la quale mi sembrava leggibile attraverso il canone poetico molto più che attraverso un canone del romanzesco (Pasolini poeta è Pasolini “romanziere”, Calvino è lo stile poetico di Calvino, Gadda è avvicinamento alla poesia, e così Bianciardi, Testori, Berto, Cassola, Chiara, Lodoli, Busi, etc.).
Sfiduciato rispetto alla qualità dei miei versi, avendo introiettato senza criterio qualunque osservazione di quei miei amici poeti (però anche, ricordo, di poeti più anziani e venerabili), decidevo di non scrivere più poesia e, per una casualità davvero bizzarra e tutta editoriale, fui messo a confronto con la prosa: quella saggistica e quella narrativa. Non ho mai ovviamente abbandonato la versificazione; mi sono limitato a tenermela per me; le poche volte che ho reso qualcuno partecipe delle poesie che ho scritto, ho constatato non disinteresse, bensì un silenzio strano e subitaneo, dal che ho dedotto che forse davvero è il caso che, quanto ai versi, mi faccia gli affari miei sul Mac, visto che a quarantacinque anni sono riuscito ad avere i soldi per comprarmi il computer.
Osservo questa storiella personale come una parabola che mi indica molto dello “io”, del mio rapporto con quella persona psichica che sono stata e, volente o nolente (a dire il vero più nolente), a tuttoggi continuo a essere. Con questa storiella vedo: la gioia e l’esuberanza, l’orgoglio e l’idealizzazione, la perdita e la disperazione, il lutto e il criticismo, l’intelligenza e la stupidità, la rabbia e l’amore, nascite e morti, le tempistiche interiori e i tempi mondani, il talento e il sentimento del talento, l’autocensura e la rigidità, il desiderio di partecipare e quello di isolarsi, la dialettica e il silenzio, l’attesa e il perdono, la condanna e l’autostima, l’orrore e il delirio, l’errore e l’ardore, l’occidente e la storia, la dimenticanza e la reviviscenza, il gelo e il calore, gli altri e il me, l’angoscia e lo scherzo, il cronico e la transitorietà, il cambiamento e la persistenza, la materia e la psiche, il giudizio e il pregiudizio, lo sbocciare e l’appassire, la violenza e la serenità, l’offerta e il tradimento, il benevolo e il detrimento, la costruzione e la demolizione, il costrutto e le macerie, l’alternanza e la fissazione, l’abominio e la vocazione, la secondarietà e l’importanza, il credito e il discredito, lo studio e la passione, l’indifferenza e la nausea, l’appello e il contrappello, l’assalto secondo la difesa e l’assalto secondo l’attacco, l’empietà e l’invidia, l’amore e l’immaginario, il bene e la variazione, il ritmo e l’oscenità, la fatica e la tenerezza… Potrei andare avanti all’infinito, immagino come chiunque, se ripensa a un tratto della propria esistenza.
Adesso è ora di iniziare il saggio: non è detto che coincida con l’iniziare a essere saggio. Però si vede bene che l’esistere è un’intensa meditazione, la più intensa di cui si possa fare esperienza. Ciò non è né bello né brutto: è.


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