Esistono a miliardi le cazzate e sono quelle di cui si discetta qui tutti, tutti i giorni, tutti i giornalisti e tutti gli ospiti, i rappresentanti del popolo e il popolo, tutti quelli che non hanno percezione che stanno vivendo una storia, che vivono in una storia, e che fuori di qui, dove si sta come in una bolla di liquido prostatico, esiste la lotta, la sopravvivenza, il dominio della tragedia, la morte autentica, il sogno e l’incubo, la ferocia e il freddo e l’umanità, l’altissima ambiguità. Si sparano cazzate a un ritmo vertiginoso, come sempre si sono sparate le cazzate, però oggi pensando che qualcuno stia attento alle cazzate di chiunque le spari. Questo finto narcisismo meschino e ingenuo è sovrastrutturale da un lato, nel senso che non tocca la vita vivente, ma è strutturale dall’altro, è la materia del rumore di fondo che dà l’idea di potere scegliere qualunque frequenza. Lo stile di vita occidentale produce drammi che, quando appaiono, fanno rimbalzare sul duro fondo dell’esistenza, sulla sua peculiare universalità, dolente, sofferta, lancinante. E’ il caso di Adam Kabobo, denominato “il picconatore di Niguarda”. Mi appoggio alle cronache di quotidiani (“Fatto”, “Corriere”, “Repubblica”) per riassumere la sua storia. Eccola.
11 maggio 2013, alle 04.30 alle 06.30, a Milano, quartiere Niguarda. Sette persone aggredite e tre morti, a sprangate prima e a picconate poi. Un’ora e mezza di terrore per le strade. Il killer è Adam Kabobo, anno di nascita 1982, di origine ghanese. Dopo che a fatica si riesce a recuperare un interprete che conosca il dialetto in cui Kabobo si esprime, emerge il racconto della sua vita e dei motivi che lo hanno portato a massacrare milanesi in una mattina di autunno. Descrive martellanti voci che gli rimbombano in testa, in una solitudine devastante: “Queste voci mi dicevano che la popolazione africana, la parte del Nord, anche loro stavano uccidendo le persone a picconi quindi mi sono sentito anche io di fare la stessa cosa e che io sono il Creatore”. Ricuce il racconto della sua esistenza. Parte da quella data di nascita: 1 gennaio 1982. E’ falsa, se l’è inventata “per poter fare i documenti”. Descrive la sua infanzia in Ghana: “In un piccolo villaggio della zona di Wa, che si chiama Lora”. Padre, madre, due fratelli, tutti contadini, poverissimi. “Papà è morto, ma mia mamma è ancora viva”. Kabobo va a scuola. Non si comprende se arriva alla quinta elementare. Non aver studiato resta, per lui, una voragine, un senso di colpa perenne. Non legge né scrive. Adam Kabobo studia per seguire l’esempio di suo fratello Kuako che “voleva fare l’insegnante”. A dieci anni, però, lascia studi. Il fratello muore e morirà anche il secondo, Santu, che, rivela Kabobo, non è sano di mente e tenta di uccidere la madre con un machete, in mezzo al villaggio, e viene travolto e ucciso dalla reazione della folla. Secondo Adam, suo fratello “è impazzito, solo un matto compie questi gesti”.
Adam si sposta in un città più grande del Ghana. Fa il contadino. Raccoglie pomodori. Non si sposa, ma incontra una ragazza, una delle lavoratrici che portano l’acqua dal fiume per bagnare i campi. La ragazza rimane subito incinta. Ne nasce una figlia, che oggi dovrebbe avere circa cinque anni.
Kabobo ha vent’anni. Arrivano le minacce della famiglia della ragazza messa incinta: sono minacce di morte. Kabono ha paura e fugge dal Ghana. Arriva in Nigeria, dove sta clandestino tre anni e s’ingegna a fare il gelataio. “Ma la mia meta era la Libia”. Si sposta dunque dalla Nigeria, approda in Libia, dove vivrà tre anni facendo il muratore. “Lavoravo da clandestino, mi davano una commessa per costruire a mano una casa e io dormivo nel cantiere”. Sorgono problemi e Kabobo pensa di migrare anche da Tripoli. Sceglie l’Italia: risparmia e si mette nelle mani dei mercanti del mare, sale su un barcone per Lampedusa, affronta giorni e giorni in cui pare di morire. Giunge in Italia.
L’approdo a Lampedusa fissa finalmente un punto cronologico nella ricostruzione della vita di Kabobo. Arrivato al centro di accoglienza, Adam viene trasferito a Bari. E’ l’agosto 2011. Qui, racconta, si trova in mezzo agli scontri fuori dal Centro di accoglienza per richiedenti asilo (Cara). Fermato, viene trasferito nel carcere di Lecce. La cartella clinica messa agli atti è decisiva per comprendere la deriva che porterà Adam Kabobo, nel maggio 2013, a uccidere per le vie di Niguarda. Il 24 gennaio 2012 la visita psichiatrica registra “disturbi della sensopercezione”. Prescritte: 20 gocce di Haldol, un medicinale antidelirante per eccellenza. Il 31 gennaio 2012 le gocce salgono a 30. Il 5 febbraio 2012 Kabobo tenta di impiccarsi in cella. Il 7 febbraio si provoca, volontariamente, un trauma cranico. Nel carcere di Lecce distrugge tre televisori. Dichiara: “Iniziavo a pensare come una persona che sta impazzando”. E ancora: “Mi davano le medicine ma non andavo a posto”. Ecco, poi, le voci. “Quando guardavo la tv qualcosa nella mia mente mi diceva che le persone a me vicine erano quelli che mi provocavano le cose che avevo nella testa”. A Lecce, Kabono non stringe amicizia con nessuno, è del tutto isolato. Quando mangia inizia ad avvertire un odore di feci “oppure quello dei cadaveri”. Le voci interne lo tranquillizzano: “Tutto va bene – spiega – perché l’odore dei morti è come quello dei vivi”. Scarcerato, dalla Puglia va in Svizzera. Adam Kabono arriva a Berna nel maggio 2012. Qui incontra un medico. Deve curarsi un dolore alla gamba, è in suppurazione. Dopodiché viene messo in un centro per rifugiati. Continua a percepire ovunque l’odore dei cadaveri.
Nel settembre 2012 arriva a Milano e qui resterà fino al massacro del 13 maggio 2013. In tasca ha un una richiesta di asilo che, per la legge italiana, rende impossibile l’espulsione. “Non conoscevo la città – racconta Kabobo – e quindi dove mi trovavo chiedevo le elemosina”. Dorme dove capita, cerca i vestiti nei cassettoni del comune. E quando ha qualche euro in tasca si compra del pane. “Cercavo di chiedere alle persone che incontravo, nessuno mi dava retta e ognuno andava per la sua strada. Tutti giravano la faccia”.
Il suo stato confusionale prosegue. Sale in treno per andare a Foggia. Poi per andare a Parigi. Gira ore ma si ritrova sempre a Milano. Le voci continuano a farsi sentire.Gli dicono di camminare, che troverà da mangiare e da dormire. Kabobo ubbidisce a quei comandi mentali: cammina, ma non mangia per giorni. La deriva è sempre più grave: “Le voci mi dicevano che io sono il creatore del mondo (….) che (…) venendo qui in Italia avrei sofferto di più”. Riduce tutto a questo, è la sua spiegazione: quei tre morti abbattuti, massacrati, derubati (Adam gli porterà via soldi e cellulari) sono l’ultimo atto di una “lotta per la sopravvivenza” di una persona che “non ha le capacità di organizzarsi i bisogni primari”. Niguarda, dunque, diventa l’Africa. I marciapiedi quei terreni del Ghana di cui Adam dice di “essere il Creatore”. E visto che lui “è il Creatore” e visto “che avevo freddo, non dormivo e non mangiavo, tutti questi problemi mi hanno portato a fare quello che ho fatto”.
da Facebook http://ift.tt/L3cWRW
Scopri di più da Giuseppe Genna
Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.