di GIUSEPPE GENNA
Signore e signori, vi ringrazio dello spazio che concedete all’ascolto di queste mie accorate e disperate parole. So di pronunciare male le parole. Questa novità, le parole, mi turba profondamente e tanto mi inquieta. Non ci dormo la notte. Non che non fossi abituato a non dormire la notte. Uscivo dalle spelonche, dopo avere limato i denti incisivi contro le pietre, utilizzate come còta, e avere tirato stringhe di pellame equivoco facendo leva sulla mia splendida mandibola. Questo prognatismo, la prominenza della mia mascella, il mio stupendo andamento da primate, il mio rapporto aurorale con gli utensili, signore e signori, rischia di andare perduto per sempre: per sempre! Porcodio! C’ero prima io e adesso si presenta questa mutazione, questo OGM che nemmeno è umano, poiché da millenni siamo abituati a considerare umano un certo tipo, anatomico e psicologico, e adesso spunta questo essere meno peloso, meno virile, che se ne frega della storia, per cui la storia non esiste nemmeno!, con tutte delle novità di ordine tecnologico, le quali hanno la pretesa di annullare tutta la storia precedente, che grava sulle mie spalle e che io e i miei padri abbiamo prodotto. Qualunque cosa di cui ci occupiamo o che facciamo: noi secerniamo storia. Sono ridicoli questi grafemi, questi esorcismi tecnologicamente atti a dare l’idea di una novità che è orrenda e antropologicamente senza senso! Cosa sono questi graffiti? Che speranza cieca e tutta scientifica ritengono di proporci? Noi sappiamo analizzare benissimo la realtà. Solo per me e per i miei padri la memoria ha un senso specifico, assoluto, trabocca di valore e quindi di speranza. Cosa viene questo tipo umano saccente, che si connota come sapiente, come Sapiens, quando è insipido, insipiente? Fa schifo tutto questo! E non tacciatemi di misoneismo! Io ho difeso, sempre postume, le novità di certi rivoluzionari di Neanderthal: addirittura pagavano con la vita e con la sofferenza certe innovazioni che per me, che venivo dopo di loro, avevano grande senso. Era così facile condannare i miei padri, che avevano emarginato e irriso quei grandi genii, quegli autentici rivoluzionari, che innovavano il senso del nostro stare sulla Terra! Pezzi di merda del passato che facevano disperare l’inventore della tecnica con cui poi abbiamo appreso a fare i nodi con i denti… Maledizione su quei conservatori! E così andavamo, una sfoglia dopo l’altra, il nostro “io” tumultuosamente, ma in un certo senso serenamente, era instradato su binari giusti e corrispondeva a un canone. Senza canone non si può fare nulla! Ma questo futuro disegnato da questa nuova specie, che è antropologicamente diversa, fa schifo a me e ai miei fratelli: non è cosa umana! Va bene guardare al progresso, all’evoluzione, ma entro certi limiti. Invece questa nuova specie ci lascia ignorati, nel fondo buio e umido delle nostre caverne, a discettare di quanto un padre neanderthaliano compiva quale atto di fede e opera di intelletto e corpo: e a questi nuovi non gliene frega niente della venerabile catena dei padri neanderthaliani! Il canone è tutto, il canone è soltanto neanderthaliano! Questi che vengono dopo stimolano in noi un razzismo più sottile ma anche più virulento. Non li consideriamo infatti un’altra razza; li consideriamo tout court un’altra specie. Essi sono fuori dell’umano. Forse dunque aveva ragione il più grande tra i nostri sterminatori. Il Grande Sterminatore Neanderthaliano protestava, il pugno alzato contro gli dèi tutti, che tra noi c’era qualcuno che non era umano: non dico neanderthaliano, ma addirittura umano. Aveva ragione, nonostante sia canonico l’orrore che in noi tutti suscita la sua memoria. Egli ha avuto l’impudenza di esibire un tipo speciale di orrore e di propagarlo tra noi tutti. Il Grande Sterminatore Neanderthaliano è l’immagine di quello contro cui noi abbiamo sempre combattuto. Egli è il male assoluto, il nostro male. Ognuno di noi neanderthaliani ha al suo interno, in un certo modo, un Grande Sterminatore Neanderthaliano. Abbiamo speso molti argomenti e molto tempo nell’elaborare un trucco, una cosmesi, che ci garantisse che noi eravamo i difensori contro il suo strapotere. Ma almeno egli era uno di noi, uno di Neanderthal! Il trucco consisteva in questo: bisognava asserire che il Grande Sterminatore era fuori dell’umano! Siamo ottimi prestigiatori ed ecco in cosa risiedeva il nostro illusionismo, che era un modo esteticamente furbesco per preservarci proprio dal pericolo che un’altra specie venisse a soppiantarci: noi avremmo accusato i posteri dell’altra specie di essere la genìa di quel Grande Sterminatore Neanderthaliano! Sì! E’ così! E’ lui il padre putativo di questa nuova e orrenda specie, che si pone fuori del neanderthaliano! Così riversavamo la nostra colpa su figli non nostri, ben al di là da venire, sempre di là da venire. Ma adesso sono arrivati! E perfino il nostro argomento, il nostro discorso sul Grande Sterminatore, viene annullato dalla loro novità stolida, imbecille, entusiasta, priva di memoria e di storia. Ah!, essi hanno vinto, ma almeno li disprezziamo! Sappiamo disprezzarli benissimo. Tutto il nostro canone, la nostra storia, infatti, era una variazione morbida del disprezzo. Oh!, noi ci abbiamo costruito una cultura (la Cultura!) sul disprezzo che provavamo per tutto, e che affondava le radici in un disprezzo elementale, basilarissimo, che era quello che nutrivamo per noi stessi!
Adesso arrivano questi nuovi, bianchicci, mi repellono financo fisicamente, essi si sporgono sul nostro stesso mondo con delle fisionomie indistinguibili e pallide. Arrivano con i loro piccoli strumenti, che è sicuro che diverranno strumenti di morte. Ogni strumento, in fondo, nasconde nel proprio intimo l’arma! Noi sappiamo bene interpretare questo fenomeno misterioso: abbiamo esperienza di strumenti e armi. Non significa nulla il fatto che non abbiamo saputo risolvere mai il grande problema della morte. Però siamo riusciti ad avvicinarci al problema, facendo germogliare le armi negli strumenti (bei vecchi strumenti pesanti, cosali, plumbei, che esistono; non questi nuovi strumenti leggeri, rarefatti, troppo nuovi) e attraverso l’uso delle armi abbiamo avvicinato la morte a tutti noi umani neanderthaliani! Sì! L’abbiamo invocata e lei è sopravvenuta, ci ha accostato, si è sistemata un poco più vicino a noi, facendoci ombra. In quell’ombra abbiamo prosperato per millenni. Era bello crescere all’ombra di quella morte, stando in panciolle come sotto un grande banjano, appisolati, a fare andare avanti lentamente le cose, secondo i nostri desiderii. Ah!, le nostre amache! I nostri sonni così significativi! Interpretavamo gli incubi, avevamo strumenti e armi dappertutto. Perfino l’interpretazione era una nostra arma prediletta! Lì, godendo di quella frescura ombrosa, noi assaggiavamo cibi per noi prelibati, che la nuova specie umana adesso schifa! E’ inconcepibile! E’ gravissimo! Loro vogliono eliminare me! Me! Capite lo sproposito? Io sono io, io solo esisto! Questi nuovi non ce l’hanno, l’io! Non sono niente! Propagandano una vita nulla, che pretende di annullare me! Vi prego di considerare bene la forza, l’assennatezza, la veridicità oggettiva del mio ragionamento: non mi estinguono, questi Sapiens, in quanto sono un loro padre e vivevo prima di loro; no!, essi mi estinguono in quanto sono proprio di un’altra specie!
Bene, mi pare sufficiente. Come è solito dire tra noi umani neanderthaliani: chi ha orecchie per intendere, intenda! Così ci si riconoscerà tra fratelli, tra noi, come dei sopravvissuti, come dei massoni, con cifrature segrete che testimoniano quanto tra noi fratelli è condiviso un sapere, il quale è immortale e sempre vero: la tradizione di noi neanderthaliani. Magari essa per qualche tempo si eclisserà, siamo disposti a concedere lo spazio a questa nauseante ipotesi; però poi vedrete come risorgerà, in un futuro, quando verranno a chiederci aiuto, questi innovatori antropologici, quando, non sapendo come si mangia, ci verranno a chiedere in ginocchio di insegnare loro a masticare, a ruminare per bene!
Pace a tutti, dal profondo del mio cuore, amiche e amici, fratelli e sorelle, poiché, qualunque cosa io dica, lo dico per amore e ve lo dico io che la dico per amore.
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