Vedi Napolitano e poi muori


Nell’estate 1968, il 19 agosto per la precisione, i dirigenti del Partito Comunista Italiano erano tutti in vacanza. Il segretario Longo se ne stava nei dintorni di Mosca, Enrico Berlinguer, con i figli, tra cui la piccola Bianca, si rilassava sul Mar Nero, in compagnia di un alto grado comunista, Paolo Bufalini, per caso accanto a una villetta in cui risiedeva Georges Marchais, volto da Nouvelle Vague, cipiglio scettico, di lì a quattro anni segretario del Partito Comunista Francese. A Roma, a presidiare il Partito, nell’afa smottavano Armando Cossutta e Giorgio Napolitano. Un console sovietico convocò il primo in una residenza misteriosa, informandolo che le truppe sovietiche erano entrate in Cecoslovacchia, chiamate dal segretario comunista Dubček. Cossutta chiese la prova di quella chiamata di soccorso: ovviamente era pura fantasia, non esisteva nessuna richiesta d’aiuto, tantomeno di inviare carri armati. Il console sovietico aveva compiuto una cazzata memorabile: aveva dato l’invasione della Cecoslovacchia come avvenuta, quando il telex che lo informava era riservato e l’annunciava per il giorno successivo. Per qualche ora due uomini non sovietici, in tutto il mondo, seppero, loro e soltanto loro, che l’URSS sarebbe entrata con l’esercito a Praga. Non fecero niente. Si limitarono a fare passare le ore, studiando un’accorta reazione scritta da parte del Partito Comunista Italiano. Si mise al lavoro su questo documento il giovane Giorgio Napolitano. Fece il suo capolavoro: scrisse che la formazione dei comunisti italiani esprimeva “grave dissenso” all’occupazione ungherese da parte dei sovietici. Quando dall’Unità, nella notte, giunse la conferma che finalmente i mezzi armati sovietici avevano varcato i confini ungheresi, Cossutta e Napolitano contattarono il segretario Longo, che diede il suo placet a quell’espressione, “grave dissenso”, che il PCI avrebbe corroborato in seguito, grazie a un durissimo discorso di Enrico Berlinguer al Congresso Internazionale dei Partiti Comunisti, tenutosi a Mosca. L’enorme spregio del pericolo mostrato da Napolitano (“grave dissenso”…) si sarebbe convertito nella leggenda di un’opposizione senza quartiere all’intervento sovietico che causò la Primavera di Praga, ma non gli sarebbe valso comunque la poltrona da segretario, a cui aspirava secondo il temperamento ambizioso che da sempre ne caratterizzava le tattiche esistenziali. Giorgio Amendola, quando ci fu da discutere il nome del delfino di Longo – colpito da ictus – il quale avrebbe retto le sorti del PCI, così si rivolse a Napolitano (testuale): “Giorgino, tu non hai esperienza internazionale e non hai grinta. Nemmeno tu hai grinta, Enrico: quindi, tirala fuori”. Così andava la politica allora, secondo vergognosi bizantinismi verbali e semantiche improntate all’ipocrisia e all’irragione di Stato. Questo Napolitano, questo uomo che sta tra uomini e no, comunista e no, che è l’attuale capo dello Stato italiano, probabilmente, ha fatto mostra di un “grave dissenso” quando gli hanno riproposto, alla sesta votazione, di ricandidarsi al Colle, un po’ come, insieme a Cossiga, espresse “grave dissenso” rispetto al movimento dei Settanta, poliziotto e no, repressore e no. Sceglie saggi in nome di tecnocrazie finanziarie e politiche internazionali forse anche più irragionevoli del Brèžnev del 1968. Commina un governo all’Italia da circa tre anni, prima con Mario Monti, prontamente annoverato tra i senatori a vita, quindi benedicendo l’abbraccio tra componenti della famiglia Letta, non prima di avere fatto modificare la Costituzione, inserendovi il surreale obbligo di pareggio di bilancio, il cosiddetto “fiscal cap”. Da un punto di vista generale, la presidenza Napolitano notifica e vive per la fine del parlamentarismo, della democrazia parlamentare, ben più e ben oltre di quanto accadde con Cossiga. Fa specie, quindi, l’accusa di populismo a ogni assalto che viene formulato a questa interpretazione distorta e realmente autoritaria del ruolo di Capo dello Stato.
Oggi viene annunciato dal M5S che è presentato l’impeachment nei confronti di Giorgio Napolitano. L’incredula levata di scudi contro un simile affronto mostra la corda: se ne intuisce l’ipocrisia. Il parlamentarismo non è mai stato tale, è sempre esistito in Italia un avanzatissimo extraparlamentarismo, dove a decidere erano le centrali costituite dalle segreterie dei partiti e da organismi stranieri, queste ultime in veste di soffuso o diretto ingaggio militare. In un Paese a sovranità limitata ci sarebbe da chiedersi dove e come si esercita quel residuo non limitato di sovranità. L’irresolutezza di funzionari e gerarchie dello Stato è giunta a gradi intollerabili. Che la Presidente della Camera adotti per la prima volta nella storia l’istituto giuridico detto della “ghigliottina” per fare passare un decreto legge, la cui urgenza è tutta da valutare, è un sintomo di quanto debole sia oramai la tutela dei regolamenti democratici in questo Paese. Ho lavorato per più di un anno nella segreteria della Presidenza a Montecitorio e sono convinto di avere gli elementi per valutare la conduzione dell’Aula da parte della Presidente Laura Boldrini. Ella ha molte facoltà, tra cui quella di bocciare il capo designato di una commissione, la qual cosa è poco nota; può addirittura intervenire a reti unificate, per un discorso di emergenza; può accedere alla Cassaforte di Stato e divulgare alcuni elementi fondamentali della nostra storia, da Ustica all’Italicus alle privatizzazioni del 1992. Da ciò che fa e non fa, desumo un giudizio del tutto personale, che mi risulta perfettamente in linea con quello che formulo nei confronti del primo Capo dello Stato rieletto (ripeto: alla sesta votazione; per Pertini si andò al sedicesimo scrutinio, per Leone al ventitreesimo).
Non ho in stima minimamente il M5S. Ritengo che sia generalmente un movimento di destra, senza appelli, forse votato da ex elettori di sinistra, ed è il motivo per cui ritengo che, essendoci questo movimento, non abbiamo una Lega forte sul modello di Alba Dorata. Non mi scandalizza tuttavia la richiesta di impeachment. Ogni italiano avrebbe dovuto avanzarla al momento in cui Napolitano, chissà da quali allerte internazionali preoccupato, ha accettato il “pressante invito” delle forze parlamentari (essenzialmente PD, PDL e SC) di rimanere sull’alto scranno. Tra il “pressante invito” e il “grave dissenso”, come sempre, è propinata una felpata politica del controllo più acuto e aggressivo. Tutto è emblematico, in questo controllo: non sfuggirà che, mentre il 20 aprile 2013, Giorgio Napolitano riceve il “pressante invito” e viene rieletto, il 22 aprile 2013 siano distrutte le intercettazioni delle telefonate tra lui e Nicola Mancino, importanti elementi nell’indagine sui rapporti tra Stato e Mafia. Varranno quale sintomo o emblema suplettivo le parole di Bettino Craxi nel 1992, che, sui traffici di finanziamento occulto ai partiti, chiamò in correo lo stesso Napolitano, senza che da costui mai si sentisse una parola a propria discolpa.
L’anziano Presidente della Repubblica non se ne andrà certo per via di una richiesta di impeachment avanzata da questi onorevoli a dire poco pittoreschi. E’ certo, però, che prima o poi se ne andrà. E allora sarà il più autentico ed efficace degli impeachment a impedirgli di tutelare una storia repubblicana, cioè quella che lo riguarda, mediante pressioni, silenzi, connivenze. Gli storici sono, come si sa, già all’opera e comunque un posto accanto a Giovanni Leone e a Francesco Cossiga il presidente Napolitano se lo è già conquistato e sono certo che se lo godrà fino in fondo.

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