“Gli atlantidei non conoscevano il sole. Vivevano nell’oscurità, il giorno non sorgeva mai. Soltanto nelle abitazioni disponevano di luce. Bruciavano acqua nelle loro lampade, perché a quel tempo l’acqua poteva bruciare. La gente, che non sapeva come morire, esondava: aveva sovraffollato la Terra, e allora venne un grande diluvio. Molti annegarono, il pianeta fu spopolato. Sulle vette delle alture più impervie, dove spesso noi troviamo mitili, scrutiamo le tracce di questo diluvio” (Peter Kolosimo, “Fiori di Luna”)
“Nei pressi d’una cittadina dell’Illinois, il professor Forrestor, della State Normal University, ha localizzato con i suoi allievi della facoltà d’archeologia, un nuovo tumulo indiano risalente a 400 anni fa. Sono stati portati alla luce diversi scheletri, sepolti con armi, monili ed oggetti vari. Si tratta di reperti notevoli, se pur non sensazionali, a cui ha fatto però seguito una scoperta del tutto insolita: quella del corpo d’un pellerossa con un braccio solo, avvinghiato ad un vaso di coccio pieno di pennies che recano impressa la testa d’indiano” (Peter Kolosimo, “Non è terrestre)
“Attenzione, però, a non confondere Kolosimo coi vari ‘Voyager’ odierni, coi pataccari che ce la smenazzano a colpi di piramidi magiche e Priorati di Sion, con le vagonate di ricostruzioni paranoidi e complottiste disponibili in rete. Kolosimo odiava Dan Brown ante litteram (anzi, ante nominem). E odiava anche Giacobbo. Preventivamente, senza averne mai sentito parlare. Lo avrebbe mandato in Siberia, lui e il suo chupacabra. Kolosimo era un marxista-leninista visionario, un comunista duro e impuro. Credeva nella rivoluzione, e pensava che le scoperte sulle origini extraterrestri delle civiltà umane avrebbero contribuito alla nostra consapevolezza. Voleva collegare passato remoto e futuro utopico, e così liberare il mondo” (Wu Ming, “Wumingwood”)
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