La persistente oscenità dirigenziale italiana


Gianni Agnelli, nel 1976, poco prima delle elezioni anticipate, con cui Aldo Moro avrebbe passato il campanellino di presidente del Consiglio a Giulio Andreotti, per comporre il suo monocolore di minoranza che visse grazie al silenzio/assenso del Pci di Enrico Berlinguer – beh, Gianni Agnelli parlò all’Assolombarda. Scatenò un putiferio. Un discorso durissimo contro la Dc, la corruttela e il parassitismo del suo ceto dirigente. Chiamò a raccolta gli imprenditori, spronandoli a fare politica. La tesi, che sarebbe divenuta ben nota a partire da 15 anni dopo, era che soltanto gli imprenditori avrebbero scosso la situazione italiana, improntando la vita della nazione a un’efficienza aziendale. Il Capitalista lizardiano dettò con veemenza verbale inedita la linea: candidarsi tutti con il Partito Repubblicano. Confindustria finanziava le candidature con 150milioni di lire a cranio. Tempo cinque giorni e gli industriali italiani furono sommersi da una diarrea cosmicostorica: Agnelli ritrattò tutto, annunciò che suo fratello Umberto si candidava per la Dc. Cosa era accaduto in quei cinque giorni? Prima la Dc fece presente l’ammontare degli aiuti di Stato alla Fiat, che il gruppo torinese percepiva in ordine alla sua sopravvivenza, poiché era finanziariamente un colabrodo, come annotò Giuseppe Fiori. Poi la Dc avanzò un’ulteriore pretesa: non bastava che il boss della Fiat si occupasse di industria e non di politica antidemocristiana; no, si doveva occupare di industria e anche di politica democristiana. Di fronte a uno sbigottito Eugenio Scalfari, Gianni Agnelli si lasciò andare a contorsionismi dialettici incredibili, imbarazzantissimi. Scalfari intitolò quell’intervista: “Vestivano alla marinara e non sono cambiati”. Una figura di palta devastante. In cinque giorni stava per nascere un’area liberista, laica, tra la Dc e il Pci. Probabilmente sarebbe cambiata la storia dell’Italia, non ci sarebbe stato spazio per Craxi. In poche ore il capitano coraggioso si rimangia tutto e la nave affonda prima di pervenire al varo. Lo Stivale rise e si indignò. La Dc vinse le elezioni, le vinse pure il Pci. Cominciò la stagione più ributtante di quel periodo repubblicano. L’Unità difendeva i provvedimenti del governo andreottiano come se fossero decisioni del comitato centrale comunista.
Cinque giorni nel 1976 equivalgono a cinque minuti di oggi, dal punto di vista della comunicazione, di massa e non. Quindi possiamo dire di avere vissuto momenti anche più ributtanti dell’orrido episodio della webserie grillina andato in onda oggi per qualche minuto. Contenuti politici: zero. Dialettica: zero. Simpatia: non ce ne frega più un cazzo della simpatia, né dell’uno né dell’altro. Il tutto per circa 400 commentatori di thread che hanno votato su un blog a favore delle consultazioni.
L’unico nodo che rimane da sciogliere è quell’immagine di piazza San Giovanni a Roma, qualche mese fa, strapiena di supporter M5S, mentre l’inorganico del Pd si rinchiudeva in un teatrino lì dietro. Quella gente alimenterebbe spontaneamente la Lega di Salvini e Borghezio, Casa suppostamente di Ezra Pound e albe & crepuscoli dorati. Se “l’arco democratico” non si muove per offrire a quelle persone motivi di persuasione, addirittura di pedagogia o anche di terapia, assisteremo a una webserie diversa, non più comica, ma horror o fose splatter.

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