Meet el Presidente

L’invasività istituzionale di Giorgio Napolitano supera perfino l’intensità triciclica di Francesco Cossiga, che si dimetteva mentre io me ne stavo un giorno in Liguria, a Framura, con la mia ragazza. La bocciatura del magistrato Nicola Gratteri a ministro, imposta all’ultimo secondo utile, che corrisponde al primo inutile, ricorda costumanze di complotti orientali, mandarinati, troni assiri, strane satrapìe, esotici concubinati. E’ dunque, costui, un uomo politico memorabile come un’ansa del labirinto della natura ne “I Quindici”. Fa meno ridere dell’inquisizione spagnola secondo i Monty Python. Sta a Giorgio Amendola come io sto a Herman Melville. Custodisce la democrazia come la Soka Gakkai la metafisica. Sposato con una donna che si chiama come un’automobile, ha una biografia interessante quanto quella di Urbano Rattazzi o di Luciano Onder. Più interessante ancora è la cifra politica che esprime con coerenza da sempre: lo zero. Vive in una specie di resort di Eurodisney in cui albergavano anche i savoiardi, gente a cui dicono sia geneticamente affine. L’eloquio ricorda Dart Fener per i toni e Gilgamesh per le ambizioni. Proverbiale la sua ansia, per cui vive e vede una continua emergenza, che nessuno Xanax può rimediare, a parte le benzodiazepine umane che fa carnevalescamente giurare in un padiglione disneyano, su un libretto di utili indicazioni piuttosto generiche, che si potrebbe scambiare per il “Manuale delle Giovani Marmotte”. Ogni anno appare in televisione, nel corso di uno show in solitaria come quelli di Fiorello, durante il quale monologa con una brillantezza direttamente proporzionale al consenso che suscita nelle persone normali. In passato è stato un cultore del comunismo al pari di Henry Kissinger e Richard Nixon, suoi sodali. Ha la politica nel sangue come alcuni il diabete. Ci piacerebbe pensare a lui come il “nonno” della nazione, se solo avessimo una nazione. Tra decenni lo ricorderemo come padre della patria, anche perché lui sarà lì ad ammonirci di farlo.

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