Italo

La circolare in viale Molise angolo via Luisa Sanfelice,  all'incrocio con via Calvairate, a Milano
La circolare in viale Molise angolo via Luisa Sanfelice, all’incrocio con via Calvairate, a Milano

Italo era mio zio paterno, una volta, il secondo di sei fratelli, tutti maschi, di cui uno morto alla nascita, figli di una coppia di emigrati, dalla Sicilia e dal Veneto. Italo fece l’operaio tornitore per una vita all’Italmeccanica, in viale Romagna, come suo fratello Egidio. Prendevano la circolare A, di inverno, quando le strade erano ghiacciate, attaccavano la slitta al bus, proprio davanti all’edificio della scuola Tommaso Grossi, in via Monte Velino, la quale fu inaugurata dal re Vittorio Emanuele, che strinse la mano ai fratelli Genna. Italo era un comunista intelrista e fece provini per giocare nell’Internazionale, eccellendo nel ruolo di regista, fantasioso e venefico, provocatore e ribaldo, nella compagine della Calvairate. Italo irrise la squadra delle case minime, volute dal Duce, verso viale Ungheria, gente poco raccomandabile, dribblando avvarsari e tornando indietro per dribblarli nuovamente, in un’ubriacatura offensiva per gli avversari e i loro parenti, che, a fine gara, assediarono la squadra di Calvairate, costringendo mio nonno e i gendarmi a scortare Italo medesimo verso un 23, tram a tutt’oggi esistente, che in quell’occasione grave fu riservato solo a mio zio e mio nonno, trasportandoli velocemente verso via Etruschi, con la coda di folla inferocita che rincorreva la tramvia lungo i binari infestati di erba veccia. Italo beveva bianchini davanti alla biblioteca comunale in via Ciceri Visconti, quando io, diciannovenne, conoscevo lì Maura e voleva sposarsi dentro l’amore supposto. Dentro l’idealizzazione si nascondep un’aggressione. Italo portava di inverno dei golf grigiogranata strani a collo alto e aveva occhi bovini come mio padre e me. Litigava molto con il nonno fascista che non gli parlava e mangiava delle noci nella penombra di una malaora perenne, nel cortile della casa popolare dove li vedevo. Beveva tanto. Tanto dispiacere, disperazione dei suoi figli e dei cugini, di me. Italo diede una carezza sulla testa piccina di mia sorella in piazza Insubria mentre lei scoccava uno sguardo di gioia e un risolino dalla bocca rosso ciliegia per il ghiacciolo alla ciliegia che mangiava un mezzogiorno vicino al murale di Fausto e Iaio. Eccezionalmente Italo parlava soltanto dialetto milanese, con mio padre, capivo tutto e non sapevo articolarlo. Articolare una vita è soltanto sovrapporre frazione a frazione, in una continuità di gioco, con una data gravità che rispettosa, il memoriale è esigente, la lontananza colorata di quei momenti, la presenza non sarà garantita e quindi noi faremo la leggenda, utilizzando tutto di me, di te, di loro. Questo me lo faceva venire in mente andando a Napoli, verso i vicoli di un’atmosfera aragonese, in un treno che si chiamava Italo di Montezemolo, oggi.


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