
Il primo di maggio 1982 ero alle 10 di mattina in piazza Oberdan con mio papà, pronto a partecipare alla manifestazione che il Partito Comunista Italiano contribuiva a ingrossare in modo decisivo, a favore dei lavoratori. La folla era attonita, un po’ come nella foto scattata dopo l’attentato a Togliatti: chiunque sfogliava l’Unità, che dava la notizia scioccante dell’attentato mortale teso a Pio La Torre. La passione civile ingrossava in modo decisivo. Lo sguardo di mio padre, al solito vagamente allibito, comunicava vagamente un sospetto, che prese piede in certi ambienti anni dopo, e cioè che Pio La Torre fosse stato condannato a partire da giochi interni allo stesso Partito Comunista Italiano. Il corteo partì, lento e quasi funebre. A questo punto i ricordi si confondono. Quasi mi pare di stare in braccio a mio padre, piccolissimo io in un corpicino fragile, innalzando il pugno che insieme all’urlo ritmava: “Viva Lénin! Viva Mào! Viva Hò Chi Mình!”, confusissimo me, che si domandava chi fosse questo orientale dal nome trisillabo, figura secondarissima che non si capiva quale ruolo avesse in quale risvolto della crisi globale, spacciata per rivoluzione proletaria mondiale. E, anche, mi sembrava di intravvedere i composti e funzionariali sembianti degli adepti di Servire Il Popolo, maoisti agli ordini del giovane brillante Aldo Brandirali, che in seguito sarebbe migrato presso CL e Forza Italia, funzionariali e grigissimi nei loro completi che smentivano le appendici lutulente dello scazzo in vestiario e capigliatura tipico dei Settanta e ora già trascolorante, quelle zazzere ordinate, quei Libretti Rossi mostrati come distintivi polizieschi al cielo metafisico di una Milano partecipata e tutto sommato indifferente, come sempre, a tutto. I casellari di Porta Venezia vibravano. Era una giornata di sole perfetto, l’aria trasparente era un etere metallico che risuonava e scoccava elettrica, forse ricca di nichel o di altro oligoelemento. Nel nitore la giacca prussiana e neomaoista e italianissima di mio padre era colore crema di uovo, a quadri, con la cravatta che sapeva di fumo di sigarette, di Monopolio di Stato – quel mio proustismo generazionale mi rassicurava. La madeleine non mi pareva avvelenata e io la addentavo. Ad altezza Palazzo Serbelloni in bianco e nero un dcennio e mezzo prima stringeva, mio padre, la mano a mia madre, giovani e magri di quella magrezza tutta italiana, i fazzoletti rossi venivano scurissimi nella resa lucida della foto in bianco e nero, i sorrisi scintillanti, l’etere nitido di un tempo trascolorato, indietro, predigitale, i capelli acconciati in uno stile unico e imperante nel dopoguerra, urlavano “Ho Chi Minh”. Ho Chi Minh era dolicocefalo con la barba lineare e magra dei saggi laotiani taoisti, una faccia che da noi avrebbe avuto il nome “Stefano” o “Ugo”, la dentatura eccessiva per la mole degli incisivi, pronti a sfoderare un sorriso senza tempo, tipico dei rivoluzionari che al potere associano la povertà radicale pregressa, volto scarno e fronte ampia, solcata da rughe che lasciavano intravvedere i gravi pensamenti della strategia, le spalle cifotiche, un uomo che si nutre soltanto di riso e di zuppe che sanno di zinco, e conosce i destini di tutti coloro che lavorano e soffrono e stanno per rovesciare l’ordine prestabilito. Aveva dimorato a Parigi, in un ristorante facendo il lavapiatti vicino a Place de l’Italie, e quindi in qualche modo c’entravamo anche noi con la sua rivoluzione, era cosa nostra anche quella: l’internazionalismo nazionalista di noi bambini italiani era soddisfatto, eravamo più e peggio dei boy scout della AGESCI, col loro cattolicesimo mieloso, con la loro ginnica debole e ipocrita! Il cattolicesimo non ci interessava. Parlavamo di Gramsci appoggiandoci alle fondamenta sconosciute di un’elaborazione fantastica, condotta su foto seppiate appese alle pareti dei seminterrati che ospitavano le sezioni del Partito Comunista Italiano. Da lì partiva un monito che, come causato dalla percussione di un vibrafono universale, arriva a oggi e inquieta, mette in guardia: la nostra estetica è in nuce quella grigioacciaio del contesto sovietico, sardo e romagnolo, a cui si intreccia la temibile predisposizione a considerare la povertà un valore supremo, motore delle evoluzioni fisiche e sociali. Perfino i robot giapponesi per noi ebbero una piega staliniana, brezneviana. La parola “robot” è europea orientale e marchia un comunismo stellare certamente, ma catturato da immagini grossolane e misteriose di intercettori spaziali che operarono a partire dai Sessanta. Perfino la sonda Apollo, statunitense, era forzata dal nostro sovietismo immaginario a produrre immagini corrusche e prive di colori, ma cariche di un misterio materiale e cosmico. Questa cifra della fantasia nutre i nostri più profondi affetti di base, gonfia le nostre ambizioni, si appalesa con un narcisismo plumbeo e distante dalle fole odierne. E’ in questa atmosfera ricca di iodio marino e stagno che viene lanciato un saluto definitivo, netto, industriale nella festa dei lavoratori oggi, 2014, Italia.
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