Il problema di ogni censura è che essa è consentanea all’autocensura. La censura si basa su quote tollerabili di terrore, la paura fa tutto: non ci si oppone. Mi interessa, dunque, l’autocensura in questo tempo occidentale, oggi, qui. E mi interessa in letteratura: uno spioncino da cui si possono osservare e non ammirare diverse sagome e differenti storie. Questa riflessione che compio è lunghissima. Eccede la capacità di attenzione di cui si è dotati qui, su questa piattaforma al centro del pianeta. La si rigetti non leggendola, interrompendola: si applichi su di essa la censura.
Se ha ragione Guy Debord nell’Internazionale Situazionista e “là dove c’è comunicazione non c’è lo Stato”, è automatico che là dove c’è letteratura non esiste censura. Eppure siamo abituati a migliaia di censure letterarie, pressioni su autori, più o meno cruenti azzittimenti di scrittori. Questa abitudine deriva non dal torto di Debord (che è altro e che discuterò in seguito), bensì dall’idea che la letteratura appaia nel cerchio reale del Potere, della Norma Realizzata. E’ la Norma che impone la censura: sulla letteratura? No: sul libro. Stiamo riferendoci a un’impossibilità che il Leviatano soffre: non può censurare il farsi di un’immagine, di un ritmo, di un’idea, di una lingua. Può, d’altro canto, intervenire sul deposito che quel processo, che è il crearsi dell’opera letteraria, consegna alla collettività. Il libro come rappresentante della letteratura, il pamphlet o lo scritto come rappresentanti dell’opera: l’immateriale che si fa materiale subisce censura soltanto al termine di questa trasmutazione e viene colpito nel suo rappresentante fisico, foss’anche l’autore vivente, in carne e ossa, cioè quel crogiolo misterioso e a volte auratico in cui idea immagine ritmo e lingua hanno preso forma.
Sostengo dunque che la censura alla letteratura è impossibile. Quella al libro, no.
Sopravvivenza per sopravvivenza, il libro manifesta capacità insospettabili di autonomia quasi ferina. I libri sopravvivono, durano a volte molto più dei cicli storici. Istituiscono un canone. Persino sui loro corpi inorganici (non, invece, su quelli viventi di autori che persero, perdono e perderanno la vita in nome della loro letteratura) spesso lo Stato non può nulla. A posteriori, ha comunque ragione Debord.
Non è vero. Non ha ragione. Questo suo torto, in realtà, se intercettato e sviluppato, determina la più drammatica e tragica situazione in cui l’umanità, nell’autorappresentarsi umanisticamente, incappi senza accorgersi. Poiché lo Stato non è che l’esteriorizzazione di una tendenza (umanistica anch’essa: ma ci si abitui ai paradossi e alle contraddizioni, in questo caso…) del tutto automatica a istituire interiormente uno scivolamento verso la Norma. L’identità contro il caos: ed ecco il protocollo di difesa, una censura che, financo nell’ormai trapassato paradigma psicoanalitico, diviene una forza fondamentale, oppure, a seconda delle prospettive, un esito del contenimento che la psiche adotta pur di non sprofondare in ciò che teme essere informe. Senza questa Norma, l’identità pensa che ci sia il disastro.
Su questo punto cieco che implica il processo di identificazione (e conseguente attaccamento all’identificazione conquistata) fa perno l’autocensura. Non la censura può censurare la letteratura, ma l’autocensura ne ha pieno potere. Un principio di negazione, scelta, cancellazione, occultamento che nasce in seno allo stesso costituirsi immaginifico, ritmico, ideale e linguistico dell’opera. In questo punto cieco penetra il condizionamento mentale. La Norma esteriorizzata vibra in consonanza con la Norma interiorizzata e comunica che, poiché la realtà è fatta in un certo modo, sarà il caso che l’identità si comporti con certi criteri per non essere cancellata. Anche nel fare l’opera, l’identità deve stare attenta a comportarsi in un determinato modo. E’ quanto è accaduto nella storia dell’uomo: la pressione del conscio collettivo modifica ab interiore l’opera, il suo stesso costituirsi. Ed è quanto accade oggi, con un’intensità tanto più notevole quanto più possiamo considerare inarrestabile, atmosferico e ubiquo il condizionamento mentale. Questo condizionamento mentale, autentica violenza invisibile, è la pressione di un conscio collettivo che vede l’umanismo rovesciarsi in antiumanismo e, quindi, ritiene che la letteratura abbia un determinato ruolo, un certo meccanismo da realizzare, una modalità da esplicare. Il suo ruolo sarebbe marginale e riservato a élite che rientrano nello schema della “massa anti-massa” prefigurato da Gramsci. Il meccanismo è che la letteratura deve “funzionare”, cioè deve essere funzionale alla facilità richiesta al lettore che suppostamente deve svagarsi. La modalità da esplicare è la linearità di scrittura, la presenza di plot e risoluzioni narrative quali monomandatari letterari che permettono l’accesso al vettore unico della letteratura stessa: l’idea e la pratica di vendibilità.
In realtà, siamo in stato di sospensione. Questa autocensura preventiva produce effetti. In quanto è una forma di violenza invisibile, essa produrrà (già sta producendo) la sensazione di una violenza che apparentemente è immotivata, nasce dal nulla – oserei dire che è ciò che Walter Benjamin etichettava quale “violenza pura” o “divina” nella sua “Critica della violenza”.
Il punto in cui questa rottura si consuma, si apre una crepa e la lava di un’inattesa violenza deborda, è la saturazione delle soglie del desiderio. L’autocensura produce. I prodotti dell’autocensura sono veicoli di violenza subìta. Le soglie desiderative si saturano. L’uomo è un animale che si annoia. La ripetizione della leggibilità non incanta nessuno più. E’ già preoccupante studiarsi i grafici di andamento dell’audience televisiva e constatare quale sia il programma più visto oggi in Italia: si può pensare alla tv spazzatura, alla fiction più idiota – mentre si tratta del programma che non esiste, cioè dello zapping. Ciò che eccede la vendibilità è già ora più praticato della proposta di un prodotto confezionato secondo le gabbie di una colossale autocensura (la fiction televisiva utilizza retoriche letterarie per comporre gabbie, le più semplici e semplicistiche possibili, in modo da non fare compiere fatica allo spettatore. La fiction televisiva è un ingigantimento non artistico del processo di autocensura preventiva dell’artista contemporaneo). E, mentre la critica variantistica si lecca le ferite prima della morte certa, qualcosa di più profondamente violento è pronto a consumarsi.
La situazione è davvero triste (e si capisce tra poche sillabe in che senso impegno questo aggettivo): siamo alle soglie della consunzione della “presunta infinità del vuoto di speranza”, secondo l’espressione utilizzata da Walter Benjamin ne “Il dramma barocco tedesco”. Siamo alla resa dei conti: l’allegoria, la grande allegoria fuoriuscita dai testi e utilizzata come prassi di condizionamento sociale (nulla di più allegorico dello spettacolo televisivo, anche quello di pessima qualità), sta per farci entrare nella sua verità – che è il vuoto. Un passo ed eccoci a oggi: siamo dopo lo Spettacolo. Lo Spettacolo è oggi evaporato, cioè si è nebulizzato.
A questo punto, soltanto una letteratura del vuoto si presenta come possibilità di riforma alla letteratura autocensurata. Tale letteratura del vuoto si prefigura all’orizzonte, ha un suo canone, reclama che la retorica venga riempita nuovamente di psiche, per reggere al caos, all’idea che l’identificazione è falsa e che l’attaccamento all’identificazione è la conclusione di un sillogismo antiartistico. Questa letteratura che si oppone all’autocensura pretende il rinnovarsi del tragico nel suo farsi. Emblematicamente essa si esprime con la musica semplice e complessa del coro de I sette contro Tebe: “Ordisco sul tumulo un’aria / di nenia ossessiva, ora che so / la morte disperata, le salme, / gli sgorghi cruenti”.
L’autocensura letteraria ha i giorni contati. Basterà accorgersi che essa è parte di un vasto processo dell’umanismo che si è rovesciato in antiumanismo, e che ha condotto a morti disperate, a salme, a sgorghi cruenti. Questa consapevolezza sarà corale, tragica e innalzerà una nenia ossessiva, che da vicino ci ricorderà tutto il canone della tradizione che ci sostiene in quanto creatori di opere letterarie: dall’urlo incomprensibile di Prometeo incatenato al vocalizzo nel fulmine di Semele, fino alle formule di Bartleby e di Jakob Von Gunten e a Lee di Burroughs, fino all’ultimo clone di Daniel in “La possibilità di un’isola” di Houellebecq o al comprensibile e inaudito rollio vocale sussurrato da Mr. Tuttle in “Body art” di DeLillo.
La letteratura del vuoto è già tra noi, lo è sempre stata, pronta a rovesciare ogni autocensura. La “violenza pura” di Benjamin sta per scatenarsi, come si è sempre scatenata. L’autocensura è pronta a censurarsi, come è accaduto da sempre.
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