July 19, 2014 at 12:12AM

Non ho mai visto tanto misoneismo come oggi e particolarmente tra gli intellettuali che si lamentano che fa schifo, che le masse non sono condizionabili, che una volta c’erano Calvino e Vittorini. Costoro, un tempo, magari parallelo a quello che rimpiangono, sarebbero stati definiti “laudatores temporis acti”. Saranno pure “laudatores”, ma di un “tempus” per nulla “actus”. In quei tempi novecenteschi, in quei templi novecenteschi che rimpiangono, si è consumato un passaggio storico decisivo: è stata aperta la porta, con inchini e riverenze, all’alienazione di massa, che ha colpito loro, non la massa. La Rivoluzione Francese era per costoro eccessiva o un po’ troppo reazionaria, Goethe aveva la lingua e invece la stava abolendo, grandi pomeriggi filosofici quando la filosofia si autoseppelliva. Hanno in pratica avallato tutto, installando la forma alienativa per eccellenza, cioè il “credere”, che secondo loro avrebbe come opposto una strategia del dubbio che sarebbe feconda o un esito nichilista senza appello, quando l’opposto di quel “credere” è il “credere al niente”, cioè interrogarsi su cosa sia il niente, attività che, essendo metafisica, hanno bollato come fascista, mentre fascista era precisamente il loro “credere o morire”. I peccatucci facevano mito, per questi parassiti che non possono vantare l’autentico mito vivente, che è la miseria miserabile di cui tratta Hugo per centinaia e centinaia di pagine, arrivando a condensare la supre verità: “Era il buio, cioè la luce”. Ora non resta loro che zabettare: i versicoli poetici, il più elvetici possibili, una macchinetta che produce sempre una chiusa che secondo loro “sposta”, non si sa bene cosa o chi, fatto sta che è una macchinetta; e poi zabettano di “ritratti italiani” (il patetismo arbasiniano, mito tautologico, ma non secondo le istruzioni di circolarità à la Kerény: era mitico che Carolina Invernizio, quel salottino con Anna Banti e poi il mio déjeneur sur l’herbe con Henry Kissinger), cioè qualcosa di grottesco che non designa alcuna civiltà intellettuale, essendo il conato ultimo che annuncia la fine di qualsiasi civiltà intellettuale, tanto che si va a vedere impassibili il cadavere dell’amico erudito appena deceduto in ospedale e si pronuncia un ironico commento sulla qualità della camicia con cui lo hanno vestito (guardate qui e fate spallucce, dura meno di due minuti, sta tutto entro le “soglie di attenzione”: http://bit.ly/1jYWe7l); e poi gli stili (ah!, lo stile), che è purissima difesa psichica e null’altro (mi spieghino per benino: lo stile di Franz Kafka), quando la psiche va conquistata e trascesa; i loro mal di pancia politico-estetici, poiché secondo loro lo stile fa la politica, in un dannunzianesimo ridicolo e autoaccusante; per non parlare dei romanzi in cui zabetta una lingua ultrema, una parodia gaddiana, che a detta loro “si muove”, mentre è superata da l rap e dalle signore che acquistano al PAM. Lo scenario ovviamente si completa con le cazzate anticulturali, abominevoli e controumanistiche degli addetti ai lavori, capaci di rispettare il “progetto” e la “scrittura” del giallista pallido con tanto narcisismo dentro, inadatto a qualunque letteratura, ma che gira, gira, gira su se stesso e cade senza vertigini dal bordo numinoso della sedia in plastica su cui è adagiato. Queste merde che ritengono di “fare il mercato” sono riconoscibili dalle montature dei loro occhiali e sono il contrario di quei misoneisti, vanno avanti anni a reiterare la loro tesina che i serial americani hanno sostituito la letteratura, quando i serial sono finiti, in quanto, se a costoro arrivasse il progetto e la sceneggiatura di “True detective”, la boccerebbero dicendo che è “alta”. Praticamente uno deve scegliere tra la cacca e il letame? Sì e no. Vale per chiunque la potenza del momento individuale e collettivo in cui non si nutre più alcun “sogno” e non si è per questo disperati, sofferenti o filosoficamente pessimisti. C’è un istante dopo il quale il tragico non è più una categoria inverabile, per i singoli come per le collettività. Non si tratta di una maturità trista: si tratta dell’inizio della vita. Papà e mamma sono morti e, veramente, si scopre che erano il nonno e la nonna, o trisavoli insospettabili, ad avere lasciato il segno, l’abbraccio, la coccola che instaura il regime del sentire. Di qui l’assenza di categorie con cui etichettare i grandi, da Eschilo a Shakespeare a Walser a Lovecraft al suo erede Houellebecq. Non c’è nulla di meno attinente o attiguo a Shakespeare di quello che si dice “shakespeareano”. Il sorriso di Walser non è un sorriso e tantomeno è “walseriano”: ciononostante si ride.
Abbattete i re. Salvatevi dalla parola che dura.


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