July 23, 2014 at 07:57PM


Questa è una nota particolare: non ne sono io l’autore, l’autore è una autrice, cioè la matrice del “noi” che utilizzai nell’infanzia; quindi questa è la mia storia, anche. gg

di ELETTRA TARRONI

Il mio nome è Elettra, di cognome Tarroni, figlia di Raoul, violinista, che negli anni ’60 frequentava l’allora Sezione del PCI Porcelli, ubicata in Viale Lucania 3, quasi angolo Piazza Corvetto. Dopo la morte di mia madre, avvenuta proprio nel 1960, io accompagnavo mio padre quasi tutte le sere, dopocena, alla Sezione, dove si svolgeva un’alacre vita politica.
Il mio intento, attraverso queste mie testimonianze, è di dare un piccolo spaccato della vita della Sezione Porcelli, partendo dal profilo umano delle singole persone e, con esso, quindi un riconoscimento a tutti coloro che in quegli anni diedero così tanto di sé, per quella causa, spendendo tempo ed energie, senza alcun guadagno economico, anzi molto spesso rimettendoci soldi a livello personale.
La Sezione era composta, a quanto ricordo, da una non piccola costruzione di solo piano terra, con relativi locali sottoterra. Si disponeva poi anche di uno spazio verde, alberato, che si stendeva all’interno delle case angolo Lucania-Corvetto.
I sotterranei erano tristemente noti per essere stati teatro di torture da parte dei fascisti, inflitte a diversi partigiani, alcuni dei quali ritrovati il 22/4/45, pochi giorni prima della Liberazione. Fra questi anche i resti del Dott. Porcelli, che risiedeva allora in Via Spartaco, e che contribuì a dare assistenza medica ai partigiani, e i resti di Nello Salvi. Di questi due personaggi rimane oggi una lapide a memoria del loro sacrificio. La Sezione, quindi, prese il nome dal martire partigiano Onofrio Porcelli.
Mi preme sottolineare che personalmente non ho ricoperto ruoli all’interno del PCI. Ero infatti già allora molto scettica, capivo che unificare le persone non era bene, significava negare e sottrarre l’assoluta unicità di ognuno di noi. Subii però il fascino della lingua Russa, che mi misi a studiare per un periodo di tre anni. Poiché riuscivo agevolmente negli studi, il progetto era dare un esame a Roma, per poi ottenere una borsa di studio e recarmi a Leningrado per perfezionarmi in Russo; ma questa è tutt’altra storia, che non pertiene alla Sezione Porcelli….
Nonostante la mia riluttanza a seguire le orme paterne nell’impegno politico, anche se comunque ero quasi sempre presente alla vita della Sezione, Bruno Giani, che a quei tempi ne era segretario, aveva in cuore la segreta speranza che io potessi diventare un quadro del PCI e quindi mi inviò a un corso di Partito a Carate Urio. Durata: una settimana. Venivamo indottrinati tutto il santo giorno. Tra gli altri, ricordo particolarmente Gisella Floreanin che cercava di inculcarci nozioni…
La cosa buffa era che a Carate Urio non c’era solo il nostro corso di Partito, ma anche una sessione di studio per studenti, anche non italiani, iscritti all’Opus Dei; e così, alla sera, quando si era liberi dai rispettivi impegni “scolastici”, sotto i segni di questi due stendardi diametralmente opposti nacquero amori, anche se casti, per lo meno per ciò che mi riguardava. Dopo questa esperienza, però, feci capire chiaramente a Giani che in me non avrebbe mai avuto una futura dirigente di Partito.
Bruno era un operaio, alto e massiccio di corporatura, con un largo sorriso, persona dal cuore buono. Era sempre presente presso la Sezione, con la moglie Rosetta, donna altrettanto buona, sorridente, semplice e disponibile. Furono proprio Bruno e Rosetta, nel 1961, a fare da testimoni alle seconde nozze di mio padre Raoul, con Tea Merli, anche lei frequentatrice iscritta della Sezione.
La famiglia Allori, ovverosia Alfredo ed Elsa, gestiva il bar e anche un piccolo servizio-trattoria. Erano toscani e la signora Elsa solleticava sempre i nostri palati attraverso un delizioso profumino di stracotto, che ci accoglieva appena si entrava nel giardino… Gli Allori avevano un figlio, Luigi, che allora lavorava a l’Unità. Luigi si è sposato, credo che tenga rubriche sulla salute su qualche rivista. Ha una figlia (o perlomeno presumo che sia sua figlia) scrittrice di gialli: la ritrovo spesso citata su Quattro.
C’erano poi i coniugi Mottini. La signora Lina teneva i conti e la cassa del Partito. Abitavano dietro casa mia, in via Fratelli Rosselli. Il marito era bonariamente soprannominato da mio padre “il Mottinone”, in ragione della sua grossa mole che lo obbligava sempre ad un incedere un po’ pencolante. I comìniugi Mottini avevano un figlio, Maurizio, che in seguito si dedicò professionalmente alla politica e forse a tuttoggi è rimasto ancora “aggrappato” a questa. Maurizio si sposò con Emilia, ed ebbero tre figli maschi. So che ora sono pluri-nonni…
Lina Mottini era una donna volitiva, una donna di azione, sempre allegra, sbrigativa e piena di vitalità. Mi ospitò diverse volte a casa sua, anche a dormire; mi aveva preso in simpatia. Devo dire che rimasi molto colpita, allora, nel vedere che la coppia Mottini era modernissima per quanto riguardava i rapporti dei due coniugi, che dormivano separati, ognuno nella propria camera…
Da buona casalinga, quale non era, Lina mi insegnava, a modo suo, come preparare una buonissima minestrina: “Basta mettere nel pentolino un po’ di acqua, aggiungere un po’ di dado, ed ecco pronto un buon brodino!” (e pensare che, essendo io di famiglia romagnola, ero stata abituata alle squisite e curatissime tagliatelle fatte a mano da mia madre…). Ma questo insegnamento Lina me lo trasmetteva con amore, e tanto bastava.
A frequentare assiduamente la Sezione Porcelli era anche la famiglia Cantoni. Il professor Cantoni, che di nome faceva Giacomo, veniva in Sezione accompagnato sempre dalla moglie Carla e, qualche volta, anche dalle due giovani figlie. Giacomo Cantoni insegnava Filosofia alla scuola Rinascita. Mio padre lo aveva soprannominato, con il suo tipico spirito romagnolo, “48 denti”, in quanto Giacomo, che tra l’altro era un bellissimo e affascinante signore (forse da qui si può capire perché la moglie lo accompagnasse sempre…) quando sorrideva, e sorrideva spessissimo, lasciava intravvedere tutta la serie molto compattata dei suoi bianchissimi denti.
Fu proprio il professor Cantoni che tenne il discorso di commiato alla morte di mio padre, in qualità di rappresentante della Porcelli.
Sono da ricordare tra i membri storici della Sezione anche i coniugi Mario e Anna Galbusera, eternamente impegnati a costituire e ricostruire, a causa delle continue defezioni, una piccola Filodrammatica.
Io stessa partecipai alla messa in scena di “Erano tutti miei figli” di Arthur Miller. Mi era stata data una piccolissima parte, quella di Ann: ma ero così timida, così timida…
Ricordo anche i fratelli Rinonapoli. Il maggiore era un intellettuale, forse un insegnante. Vennero ad abitare propro nell’appartamento sottostante il mio, in Viale Lucania 28. Sentivo spesso il canto felice del fratello più giovane, Franco, quando era impegnato nella vasca da bagno. Altrettanto spesso, però, sentivo i diverbi tra il fratello maggiore e la sua compagna Agar, la quale cosa mi procurava non poca tristezza. Pur essendo comunisti e quindi orientati ad un certa giustizia ed equità fra i sessi (almeno: così pensavo io allora, ingenuamente), emergevano dalle parole che si sentivano provenire dal loro appartamento commenti e preconcetti che non erano per nulla rispettosi verso la povera Agar.
In seguito i Rinonapoli si spostarono in un’altra abitazione, in Via Longhena, e nel giro di poco tempo Franco si sposò poi con una ragazza della FGCI, della quale non ricordo il nome.
Frequentavano la Sezione anche i coniugi Brambati. Lui, tarchiato e piccolino, faceva l’idraulico. Lei, una donna corpulenta, un po’ pesante, ma che aveva un viso bellissimo. Erano buone persone, semplici, di quelle che agli altri donano il cuore. Avevano un figlio, Bruno, che ereditò nel viso i tratti della bellezza materna. Bruno, sposatosi con una francese e avuta una figlia, è diventato un medico ostetrico ed esercita tuttora la professione nel suo studio, non lontano da casa mia, qui a Porta Romana.
Si ricorda poi tra chi frequentava con regolarità la Sezione Porcelli anche il Dott. Passarelli, che, se non ricordo male, era anch’egli toscano. Si trattava di un ometto piccolo, mingherlino e modesto, sempre gentile, un vecchio medico di famiglia, un medico condotto come ne esistevano un tempo oramai trascorso e finito. Era già anziano ed arrivava in Sezione accompagnato dalla figlia, vedova, e qualche volta anche dal nipote. La figlia gestiva un negozietto di libri vecchi e anche antichi, in via Moscova, appena dopo Piazza S. Angelo. Molto spesso andavo a trovarla e intuivo che era in corso una specie di “guerra fredda” fra lei e Tea, nel contendersi la mano di mio padre, rimasto vedovo da poco.
Io mi fidavo molto del Dott. Passarelli, al punto da chiamarlo diversi anni dopo, per visitare il mio primogenito Giuseppe, che presentava sempre disturbi al piloro.
Ricordo anche i coniugi Mastropaolo. Lui era un ingegnere, vivace, un po’ ridanciano. Lei Anna, una donna alta, mostrava un viso sempre serio e gli occhi tristi. Abitavano in corso Lodi e ci invitarono, dopo il matrimonio di mio padre con Tea, a un pranzo a casa loro. A un certo punto, avendo io da espletare una necessità tipica di noi donne, chiesi del bagno. Mi si indicò dove fosse, senza altro dirmi. Quale fu la mia sorpresa quando, appena entrata, mi trovai davanti ad una gabbia non propriamente piccola, che conteneva una scimmia, altrettanto non piccola, la quale, forse irritata per la mia presenza, cominciò a saltellare di qua e di là, mostrandomi dispettosamente i rossi genitali e il suo deretano. Inutile dire che mi tenni la mia impellenza fino a quando rientrai a casa mia…
C’erano poi i coniugi Ragazzi. Beppe, un uomo alto, era scuro di carnagione, quasi olivastro, mentre la moglie più piccola, un tipo di donna vagamente “burrosa” nelle sue forme, era di carnagione bianchissima, a me sembrava quasi fosse un’altoatesina. La moglie forse si chiamava Alma: era già molto malata e di lì a poco sarebbe poi mancata.
Frequentava la Sezione anche Bruno Cazzaro, che gestiva assieme alla moglie la portineria di viale Lucania 22. Erano entrambi veneti, lui era persona buonissima, generosa e pulita moralmente; poteva essere amico di chiunque in modo disinteressato. A me voleva bene, lo capii tardi, quando me lo disse esplicitamente, incontrandolo per caso, già molto anziano, che si appoggiava penosamente ad un grosso e nodoso bastone. Lo seguii nella sua malattia, andandolo a trovare, fino all’ultimo, all’ospedale del Pio AlbergoTrivulzio, dove gli rubarono il bastone, fatto che gli procurò un terribile e bruciante dolore.
Ricordo poi, con particolare affetto, Lina Ciavarella. Grande amicizia mi legò a lei, al punto che ne mantenni i rapporti fino al 2010, quando scomparve all’età di 96 anni.
Lina era donna con un carattere non facile, alle volte anche burbero; era irruente e ribelle. Nativa di Caserta, poi abitò a Roma assieme ai fratelli e ai genitori, che gestivano un negozio di frutta e verdura.
Era un donna dotata anche di grande ironia ed aveva legato moltissimo con mio padre, che di ironia era parecchio esperto. Da confidenze che lei mi fece ultimamente, seppi che lei e Raoul si mettevano d’accordo per contrastare, durante le riunioni in Sezione, linee politiche che ne emergevano all’interno e che loro giudicavano deleterie o addirittura nefaste.
Lina era una dirigente a livello cooperative: un ruolo politicamente importante, che lei condusse con estrema competenza e soprattutto con grande serietà ed onestà. Lina infatti non si appropriò mai dei soldi che gestiva attraverso questo incarico politico. Aveva “in dotazione” sempre qualcuno che le facesse da segretario. Fra gli altri ricordo, in questa veste, il più giovane dei fratelli Pea, probabilmente però in anni successivi ai 60.
Lina abitava in via Pomposa, nelle case popolari, assieme al marito Armando e alle sue due figlie, Giuliana (purtroppo mancata nel 2011) e Nina.
“La Ciavarella” aveva avuto uno dei due fratelli ucciso alle Fosse Ardeatine. Era il 150° della fila, il fratello, e ad ogni anniversario lei mi ripeteva: “Capisci, ne ha visti, cadere 149 prima di lui…” Era inconsolabile in quel dolore, che non le si attenuò mai. Io invece, ogni volta che mi ripeteva la frase dei 149, non potevo fare a meno di pensare all’orrore che dovettero avvertire nelle ossa tutti coloro che erano gli ultimi della fila e, soprattutto, “sentivo” la terribile solitudine, la disperazione ed il dolore allucinato dell’ultimo ucciso in quella bolgia infernale.
Lina pagò durissimamente, a livello famigliare e non, la sua relazione extra-coniugale con il dirigente della Federazione del PCI, Alberganti. Il Partito, infatti, era assolutamente oscurantista e, benché questa relazione fosse a tutti nota, i due dovevano sempre non frequentare insieme riunioni, cortei e quant’altro.
C’erano anche due compagne di una certa età, Bianca e Tina. Di loro non seppi mai di cosa si fossero occupate quando erano giovani. Le trattavo con rispetto, per via della loro età, che era già avanzata. Bianca era corpulenta, claudicante, molto spicciativa e brusca, anche se condiva il tutto con qualche sorriso. Tina, viceversa, era una donnina minuta, sempre mite e gentile. Vivevano insieme. Un anno procurarono, alla mia famiglia ed a me, una piccola casetta per le vacanze estive, a Molveno. Anche loro avevano un appartamento in affitto nel paesino e in quell’occasione venne a trovarle un nipote, Sandro, che si invaghì di me; ma a me Sandro non piaceva proprio – e l’anno dopo avrei conosciuto Vito, che sarebbe poi diventato mio marito.
Dei giovani che frequentarono la FGCI ricordo pochissimo. C’erano i fratelli Mazzoni, Gigi e Gabriella, mentre la sorella Anna, già più grande, era giornalista sindacale presso l’Unità. I Mazzoni abitavano anche loro in viale Lucania e ho perfettamente presenti i lineamenti del padre e della madre. Erano toscani. Gigi si sposò con Nada ed ebbe un figlio. Anche Gabriella si sposò, andando a risiedere in Toscana. Ebbe una figlia e da un po’ di anni è rimasta vedova. Anna si sposò con un bellissimo signore, di nome Ausano, ed ebbero un figlio, uno scienziato che ora risiede e opera negli USA.
Mi piace anche ricordare Silvana Brunelli, che seguiva il tesseramento. Era a quei tempi già sulla trentina, ed era claudicante anche lei. Il suo posto fu poi occupato con dovizia dalla nostra Franca Sala, che ci onora ancora della sua presenza nei pranzi ANPI; come pure presente agli stessi si trova sempre il compagno Podini.
Altri compagni ovviamente frequentavano in quel periodo la Sezione Porcelli; di loro, purtroppo, non ricordo né il nome, né altro…
Ho voluto parlare di questa piccola comunità di persone, le quali essendo, appunto, uomini e donne, portavano dentro di loro sia i risvolti positivi, gli alti valori morali di allora, ma anche, purtroppo, ciò che riguarda i nostri limiti umani e cioè le inevitabile gelosie, le ambizioni di tipo carrieristico, i calcoli per arrivare a obbiettivi di potere, i miseri pettegolezzi. In ogni caso vanno tutti ricordati con l’affetto e l’accoglimento che si deve a ciascun essere umano, perdonandolo ed amandolo per quello che è e quello che è stato. La costruzione della Sezione Porcelli non esiste più e nemmeno il suo cortile alberato. Al suo posto sono sorti anonimi, grigi, alti palazzi senza “volto” né “carattere” né storia.
Il mio augurio, e sono certa che lo sia anche di chi leggerà questo mio piccolo scritto, è che si possa ritornare ad avere un’umanità interiore diversa, riempiendo quel vuoto e quello sfilacciamento che tuttora procura a tutti tanta delusione, male e disagio continui.

da Facebook http://on.fb.me/Utb9ue


Scopri di più da Giuseppe Genna

Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.

One Reply to “”

I commenti sono chiusi.

Scopri di più da Giuseppe Genna

Abbonati ora per continuare a leggere e avere accesso all'archivio completo.

Continua a leggere