Oggi a Fahrenheit alle 17.30 (Rai Radio3 | http://on.fb.me/1qL5tLl) a parlare di #LVUSPT. Libro che nulla ha a che fare col Male, ma non importa. Ciò è tanto più vero a partire da quanto viene dopo, cioè un fantasy patologico tutto mio, privo di rapporti con la storia e i valori, però non soltanto “lingua”, e che parte da alcune esplosioni deflagranti nel “romanzo” attualmente in libreria (i “lefebvriani”, “le biciclette rosse negli 80, i padri che vanno e quelli che restano). Lo dico anche a favore dell’interlocutrice pluriennale Loredana Lipperini: dopo viene questo:
“I temperamenti umani sono esclusivi. Influenzati drasticamente dall’orografia e dai climi, sono nature geografiche in cui accumuliamo la nostra storia: giorno cupo dopo giorno cupo, i cieli di ottone che rimbombano nella grandi gocce abrasive sul colle Tenda, noi li stratifichiamo come fossimo geologici, cosa che poi siamo, il che ci insegna che gli avverbi vanno utilizzati con una certa cautela, spesso sono più pericolosi che inutili. Fatto sta che i temperamenti esprimono un’indole, assassina o pragmatica, sognante o cazzona, essa designa un destino, un martiriologio: non facciamo finta di niente, lo sappiamo benissimo che siamo interessati a noi stessi e basta. Per esempio noi ogni tanto facciamo dei giochi. Anche la religione sarebbe un gioco, ma ci fa schifo posare tutto il tempo, nelle nostre marsine, con quelle corna fittizie e il simbolo del corvo, che il tassodermista ha donato nel testamento alla comunità scolastica. I giochi non fanno schifo, invece, devono essere un solletico della mente, altrimenti non sono giochi. Si deve ridere: tutto qui. I bimbi sanno essere ridanciani con disinvoltura. Quando usciamo con sotterfugi dal collegio, a manipoli, subito fuggiamo nella pietraia a giocare a palla con le pietre più tone, oppure ci piace fare il rimpiattino sulle acque scure di quel formidabile torrente che scorre vicino all’edificio scolastico, giù giù nella gola montagnosa, con turbinio e mulinelli che incutono timore, lanciando parti di pistrellato e, a volte, le patenti che trafughiamo dai camion grossolani che riforniscono di alimentazione le celle frigorefere nel paese, se si può chiamare paese quell’accrocchio di case smunte e grigie, modeste, dove gozzovigliano festeggiando appena ne hanno l’occasione. Noi no: noi siamo disciplinati, ci hanno inculcato le discipline. Qualche volta ne deroghiamo. Ci piace perdere il tempo tra occupazioni futili e per questo significative: usiamo l’erbe come interdentali, diamo la caccia all’unico pavone della zona, del quale ci importano meno le piume che le interiora, fantastichiamo sulla forma delle nuvolaglie più scure e livide. Del resto, mai una volta che si apra il cumulonembo e si goda un po’ di quel cielo tutto zaffiro e turchese, che dalle altre parti rallegra un poco la giornata, la lena e l’angustia che si stringe nel cuore grigio degli adulti, delle madri e dei padri, delle sorelle che sono sempre maliziose e acute. Scavalcare la cancellata di legno temperato e acuminatissimo è per noi una sfida. Ci sbattiamo sopra dei timpani, delle piastre, dei piatti in alluminio, usiamo il cancello ligneo come un rude vibrafono. Allora sì che si ragiona, perché dalla percussione nascono armonie celestiali, certo ruvide, ma tutto sommato semidivine, che ti ricordano gli ingorghi della creazione tutta, una cosmologia, un riguardo del misterioso universo in cui la nostra carne insipida ci ha lanciato, lasciandoci esposti alla tirannia delle percezioni e alla finta evasione delle temporanee fantasticherie. “Batti!, batti!” dico allora a quello che pensa di fare il cembalo e invece fa il timpano senza accorgersene, e in quel boato tu vedi il gigante Giove impattare, collassare sul minuscolo Mercurio, pianeti uscitri di orbita che rotolano in quel gran nulla che diciamo che è il buio gelidissimo extratmosferico. Questo pensiero un po’ ci fa piangere, un po’ meditare, il che è la medesima azione, essendo il pianto una forma liquida di ruminamento della mente. Odiamo la mente, questo è certo: ammetterlo ci costa della fatica, ma poco importa, perché subito arriva la prassede e batte le mani, gridandoci che la pappa è pronta, oggi si mangiano quegli involtini scuri che sanno di freschino e di uovo scaduto da poco, ma tutto ciò che è commestibile ci dà gioia e santità, la vita di colpo ci arride, è una festa gozzovigliare in questo modo, nascostamente, nella mensa buia, con la pioggia che batte contro i vetri molati male alle finestre e sulla grata arrugginita, mentre sopra le nubi si stendono gli strati madreperlacei e le luminanze”.
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