Dall’atro libro che starei scrivendo

In onore di Loredana Lipperini e della magnifica conversazione intrattenuta a Fahrenheit (RaiRadio3, qui il podcast: http://bit.ly/1tzksbt), poiché Ella mi sprona ad accelerare la composizione del mio “fantasy patologico e idiosincratico”, cioè quel libro cupo, atro, assolutamente sciocco a cui starei lavorando, il che non è vero, poiché sto attendendo in realtà a un saggio, nel quale ripongo chissà quali speranze e con cui penso di enunciare chissaché (se la curiosità vi pungola, prendetene visione colà: http://on.fb.me/1qwWOal), e queste cosucce le vergo per il gusto di perdere del tempo, come fanno i bambini indispettiti e aduggiati, quindi è inutile che quella donna protesti la sua fretta di leggere quelle parole un po’ plumbee e irragionevoli, ecco dunque un po’ di parole plumbee e irragionevoli, tutte per quella fata dell’immaginazione, per quella signora colta e forbita, nei cui vapori vocali alla radiolina osiamo intrattenerci fino all’incantamento, eccole, messe alla rinfusa come si fa nelle vere camerate, nei sodalizi, nelle affinità elettive che rendono la grama esistenza più degna di essere vissuta, sia pure per qualche attimo, per qualche lembo, per qualche disdicevole e inverecondo fantasma che la nostra mente, questa lavoratrice indefessa eppure lazzarona, si concede a scapito dell’altrui pazienza. Eccole, per la signora Loredana:
“E’ scoppiata ieri la Grande Guerra del Quindici-Diciotto. In giro c’è fermento ovunque, i riservisti sventolano i cartoncini della convocazione, come un privilegio o una ricevuta della lotteria, le fresche ragazze li baciano con trasporto ed effusioni allegre ma impudiche, che mettono in imbarazzo il consorzio sociale, si riempiono le madie delle cucine di frontiera con ogni bendiddio, le si trasportano su birocci e treni, la nazione sbuffa sui binari ed è orgogliosa nei cuori. E’ un’eccitazione dei nervi, la generalità si prepara a una grande igiene pubblica. Le uniformi di feltro sono meravigliose, coi loro chepì ritti e le munizioni in falso oro, che i diseredati masticano tra i pochi denti malsicuri, cercando di cavarne qualche grammo di metallo, tra gli scarti della polveriera, dove si allestiscono le prodigiose mitragliatrici: come scoppiettano!, mentre l’allievo ufficiale si adonta per il loro uso dissennato, a suo modo di vedere certamente criminale. “Dagli al traditore della patria!” forse gli urla di lontano il buon borghese, panciuto e legittimato dal patrimonio e dai titoli messi in pericolo da questa avventura collettiva, dove tutti come tanti soldatini stanno a imitare il conflitto generale della cultura contro la natura e della natura contro di noi. E’ un peccato e uno sfregio personale non disporre dell’età sufficiente per partecipare alla livellazione universale delle nostre impudicizie! La guerra infatti è ben più che una retta comportamentale, un regolo morale e un’abiezione fisica. Essa, si sa, giunge come una pestilenza scientifica, con i suoi mortai ad abbattere la predisposizione al vizio e la saccenza umana, questa disciplina della saggezza che serve a spaventare il prossimo e a garantire le libertà individuali. A gruppuscoli verso i fiumi o nelle marne e nelle doline addormentati dalle continue veglie contro l’indomito avversario, si fa turismo a poco prezzo, sciancando il paesaggio con le granate e i grandi obici, aprendo una purulenza qui nell’avangamba e una moncatura al radio, cosicché la società dovrà poi tollerare e garantire il peso di molti amputati e di parecchie benemerenze, con tanto di nastrino apiccicato all’onorificenza in questione. Bah!, che disgusto. Noi comunque non siamo da meno. Approntiamo le nostre trincee in prossimità del torrente, saremo pure dei Tersìti ma che vengano, qui, sul colle Tenda, a prendere il collegio e il paese: troveranno la resistenza degli animi pari a quella offerta dalle rocce sedimentarie. Siamo tutti di un pezzo, noi. Per allenarci alla bisogna, in questi tempi di gran conflitto coi gas e le tossine, ci abituiamo alla cecità infiggendo gli sguardi, non ancora adolescenti, nel bel mezzo del disco dorato del sole, questo astro che ci governa e infonde in noi le linfe della vita e le fecondità delle supreme virtù. La guerra educa al dovere e se ne fotte della cultura. Ci addestra al duro lavoro e ci prepara all’avvenire, enorme onda dei tempi bui che ci scaraventa indietro, nelle belle secche paludose dei giorni trascorsi, mandandoci tutti a gambe all’aria, coi nostri propositi troppo ingenui e le nostre età, così oneste da pretendere una sottrazione impensabile e scandalosa: che i vecchi si ammazzino pure, così noi avremo più spazio, ampi luoghi solatii e soffitte dove si accumulano bauli di memorie non nostre, bambole di ceramica con fattezze che turbano i nostri sogni puberali, la notte, quando i vecchi del paese aggiustano i kalashnikov in attesa del nemico stupratore, che annichila la figlia e ingravida la nipote, facendo baccano e portando via l’utile senza lasciare perdere il necessario. Le carni anziane hanno visto ben più di una battaglia per ridursi in istato di docilità. Quelli, col cuoio delle loro carni, fanno l’intrigo e ti attendono nascosti, all’erta, nei covoni e dietro le cespe. state attenti a ogni mora, a ogni bacca: potrebbe essere la bocca dello sharpnel fatale. Così noi ridiamo del tempo e delle sue tribolazioni, chiedendoci, nessuno escluso, cosa ci sia di tanto allegro e desiderabile in quei baci alle stazioni ferroviarie, in quei fruscii delle gonne e quei deliziosi piedini su cui si erge il corpo inarcato delle fanciulle, che profumano di amido e di cipria, mentre noi infiliamo loro qualche specchietto sotto le gambe e rimaniamo lì, meditabondi e allocchi, la loro furia già si abbatte su di noi, sono capaci di staccarsi improvvisamente dalla boccuccia del loro filarino per darci la lezione che meritiamo. Ma noi scappiamo, facendo zig zag un po’ a tentoni tra la gente, la quale di converso è tutta assorta nei fumi foschi dei pensieri brutti, quasi che i nuvoli avessero oscurato i cieli beati della loro tranquillità, e andiamo a stare in panciolle sulla riva, acquattati a spellare qualche rana o a istruire qualche lumacone sul da farsi…”

da Facebook http://on.fb.me/1zCniNa


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