August 03, 2014 at 05:01PM


La colonia estiva è un luogo dove si gode della salubrità del clima e si gioca ai biglioni. E’ in quello stabilimento balneare che ammiriamo anzitutto lo zenit e il nadir delle nostre fanciullezze, le quali, lo sappiamo, sovvertiranno il mondo, poiché la legge è questa, piaccia o non piaccia, noi veniamo dopo e al momento giusto legiferiamo noi sull’andamento delle cose nel mondo attorno, designiamo i prefetti, esprimiamo il pubblico consenso, ci alteriamo per l’andamento incerto delle economie e leggiamo i titoli di coda dei tramonti altrui, commuovendoci o ridendo a crepapelle, quando a tirare le cuoia sono scribacchini ed elziviristi, che hanno fatto mostra di asciugarci il moccio quando salivamo, finalmente, sugli alti scranni e disponevamo delle nostre vite come ci pareva a noi, questi tiramolla della carta stampata, incadaveriti come i fogli su cui i piombi incidono le loro massime e i loro apoftegmi, giornalistucoli, cribbi, barbogi, indrimontanelli, pestilenze notiziarie e giudici di scuola morale, pronti a impratichire la giumenta borghese ad assaltare le costumanze nostre, disposti solo a inzigare, a fare scaramuccia, al dìvide et ìmpera per garantirsi le prebende loro, facendoci la lezioncina, insegnandoci ad ansimare. E’ tutto così soffoco in questo armadiuolo che il mondo moderno, tutto così affastellato e prospero, che ti viene da fischiettare il motivo di un inno nazionale, trastullandoti sul corso principale, sfottendo gli alabrastri degli androni che s’intravvedono barricare degli splendori di giardini interni, dove riposano tra lussi babilonesi pensili, coi loro modi assiri e la persianità dei loro corsivi, quei noti columnisti dell’inserto domenicale! Non ci lasciano in pace nemmeno nel giorno festivo, dopo averci imbambolato in quello feriale, a spese nostre, questi mummificatori del processo universale di sviluppo e di progresso, questi freni rachitici tutti pelle e ossa, con i bargigli smagriti che tendono all’oltretomba, e la moglie delicata che pensa di portare lei i pantaloni nella bicocca, e lasciale questa pia illusione, cronista mascalzone, ottantenne puntuto che ci indichi non la via da intraprendere, bensì il petto nostro per muovere l’accusa sconsiderata, laudatore del tempore atto, moralista da quattro schèi, imbalsamatore del giudizio altrui, prete laico! Il giornale è un vomito mattutino, diciamocelo. Hanno ragione quelli che se ne infischiano bellamente dei bellettrismi e vanno giù al sodo, si spicciano al costrutto e ti edificano la magione palladiana o la facciata asburgica, s’ingraziosiscono nell’ornamento e ammorsano i laterizi, badano loro al dimensionamento del trilito, ché l’architrave non faccia imbarcare la cornice dei finestroni. Dove fuggevolmente abbiamo veduto ritrarsi la manina pallida di una qualche signorina graziosa, il polso timido, il contegno tisico, subito rattrappirsi verso il buio della dimora di uno di quei tromboni che quotidianamente ci preparano la cucchiaia d’olio di ricino e ce la fanno sorbire di traverso le righe. Anch’essi dopotutto hanno il diritto di godere dei piaceri mediorientali che garantisce una figlia acerba e fedele. Cosa c’è di più sublime della libertà fumigosa che offrono le ore trascorse nella penombra di una linda abitazione borghese, alla mercè del sensi? Essere dei servi, mi sono detto.

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