Non sono un critico, però mi chiedo: cosa può fare uno scrittore, più di quanto ha fatto Victor Hugo? Può fare quanto ha fatto Victor Hugo, cioè andare ben oltre la letteratura. Mi chiedo se Hugo non stia addirittura sopra Shakespeare, di cui ha scritto in quel saggio che inizia così: “Esistono uomini oceano”. Il canone di Harold Bloom mi è sempre sembrato un trafiletto delle “Spigolature” sulla “Settimana enigmistica”. Se proprio si deve stare a questo giochino dei buzzfeed letterari, Victor Hugo sta sopra Shakespeare e sotto Dante. In termini un poco più complessi, mi interrogo sullo sviscerato amore che la cosiddetta modernità e i cosiddetti modernisti hanno nutrito per la follia Baudelaire, sintagma hugoliano. E per il postmodernismo? Hugo fonda e sfonda queste miserevoli etichette buone per un Luperino o per un Arbasini. L’esperienza cosmica, a cui la letteratura fionda, si disegna per un percorso che, con eccentrico disinteresse per le estetiche-estetiche, si fa attraverso Dante come attraverso Kafka. Tuttavia lo hugoliano è più, mi pare, dello shakespereano, esattamente come il dantesco è più del petrarchesco. La teologia taoista di Hugo è una metafisica possente quanto sospesa tra il sì e il no: purgatoriale, deliziosa, evaporabile, così come si deve annoverare, tra le catene dei monti e i calanchi furiosi con cui si corrugano la terra e i suoi metalli, anche il fatto sublime, il delicatissimo, cioè che “la musica è il vapore della poesia”: è una verità, in quanto percorribile. Un perno in ogni frase, a stremare la mente, afflitta dai dualismi, impegnata nei coacervi, rotta a ogni patologia. Un tintinnio artificioso e vagamente inquietante, o inquietantemente vago. Una prosa del mondo, quanto dell’immondo. Ovunque, morte: la quale è una fase di effervescenza della vita. La disgregazione, questa idra del vuoto, fa purulenza della materia cotta, con una putrefazione che è effervescenza. Parimenti l’amore, cui persino il dio tende, è una potenza malvagia; però è molto bello, anzi è tutto. Il pianeta teenager ciuccia la tettarella dagli astri bui che si nascondono a distanze eccessive, con tranquillità, tanto tutto è luce. E così, stando su una barricata parigina in pieno centro, proclamando la repubblica durante un pomeriggio qualsiasi, assediato dall’esercito il bastione cattedrale, uno studentello vede un gatto e ne trasse un po’ di filosofia: «Cos’è il gatto?» esclamava. «È un correttivo. Il buon Dio, avendo fatto il topo, disse: ‘To’! Ho fatto una sciocchezza!’ E creò il gatto, che è l’errata-corrige del topo. Il topo, più il gatto, è la bozza riveduta e corretta della creazione»… Così parla il folle, l’invasato, l’anarchico, cioè il ragioniere metafisico. E sprofondando fino al termine della notte linguistica, a che si arriva? E’ presto detto: alla sagomina di Walser, al’omìno di Kafka, alla sua America, al suo Teatro Naturale di Oklahama. Così andarono le cose ai tempi nostri che, anzitutto, furono i tempi di certi altri: non di tutti, soltanto di certi. Il tempo è un sonno postprandiale di Victor Hugo, debellato dall’incubo notturno di Victor Hugo. Qualcuno osserva entrambi gli onirismi e li trova confusi: per questo si inventò il niente, questo complemento indispensabile alla letteratura e alla veglia. Posso superarlo? No: sono pronto a non farlo, mi sono preparato bene per quest’opera, tutti questi anni, guarda come mi sono acconciato per questo mondo, niente è più patetico dell’arlecchino in stracci.
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