I film del 2013-2014 secondo me, sulla splendida rivista cinematografica on line ‘gli Spietati’ (http://bit.ly/XCU6bq), che ha chiesto a critici, registi, artisti e intellettuali i loro preferiti della stagione (tnx to Cecilia Ermini u003C3 )
“Camille Claudel 1915” – Bruno Dumont
Era impossibile per quell’immenso artista che è Bruno Dumont andare oltre “Hors Satan”? Forse, se per andare oltre egli acquisisce a soggetto la tragedia di Camille Claudel, inchiavardandola in un periodo assoluto, un anno universale, una guida per l’occhio e l’anima nostri e di Juliette Binoche. Uno dei capolavori autentici di questo decennio.
“Ida” – Paweł Pawlikowski
Paweł Pawlikowski sulla scia del Bresson de “L’argent”: sospensioni, salti, psicologismi portati così radicalmente a espressione da spezzare il dominio della psicologia e diventare emblemi muti ma significanti. Una fotografia da culto. Fare spazio tra le cose umane per mostrare i limiti della trascendenza, la storica e l’ideologica e la spirituale.
“The Wolf of Wall Street” – Martin Scorsese
La storia come hugolismo, l’ambiguità eletta a sistema visionario, la schizofrenia che determina la vita del termitaio umano, tra oro e atrabile. Stroncature dai moralisti? Sono il minimo che deve attendersi Martin Scorsese, se manipola la gromma facciale di Leonardo Di Caprio nell’omerismo dei tempi ultimi.
“The Counselor” – Ridley Scott
Rarefazione continua, spostamento di storia, di emotività, di visione. Cameron Diaz nella sua migliore interpretazione. Brad Pitt mitologico. Javier Bardem incasellato in una sagoma arlecchinesca giganteggia. Cormac McCarthy regala un incubo bianco, Ridley Scott lo invera, Michael Fassbender lo incarna.
“Prisoners” – Denis Villeneuve
Con tutte le ingenuità del caso, la sapienza narrativa di Aaron Guzikowski, uno che tiene testa a Nic Pizzolatto, è al servizio dell’occhio discreto e freddo di Denis Villeneuve, il quale sovverte qualunque genere a cui guardi (thriller, noir, drammatico, famigliare), grazie a Hugh Jackman e Jake Gyllenhaal.
“The Congress” – Ari Folman
A cinque anni da “Valzer” con Bashir colpisce il genio maturo di Ari Folman, che dà corpo a visioni e visuali tanto in animazione quanto a camera fissa. Poeticissima saga delle molteplici personalità di una Robin Wright eletta a emblema umano. Sociologia metafisica, di alto livello.
“The Canyons” – Paul Schrader
Nel tempo in cui non frega nulla dei metalivelli, Hollywood racconta Hollywood raccontando tutto il cinema, l’esistenza 2.0, la gratuità del male, l’esistenzialismo rinnovato. Tragedia antishakesperiana che il supremo Paul Schrader tempesta di visioni di cinema abbandonati, à la Benjamin.
“Zulu” – Jérôme Salle
Se Jean Patrick Manchette fosse stato sudafricano, forse ci avrebbe regalato questo lavoro di Jérôme Salle, tesissimo, in cui il tema sociale importa zero, poiché la luce di Città del Capo frana addosso e tutto va a risolversi in un epico e gelido inseguimento nel deserto namibiano. Forest Whitaker, invecchiato e smagrito, è alle stelle.
“Dirty Wars” – Richard Rowley
Un’investigazione nell’oscurità militare: corpi scelti dietro corpi scelti, non scelti da nessuno di noi, impongono l’impero americano come produttore di male d’élite su larga scala. Un Sono Un Santo documentario cruento, affilato, che sconvolge. Jeremy Scahil penetra nella cute dei poteri globali.
“Edge of Tomorrow” – Doug Liman
Grazie al cielo è possibile accelerare la ricursione come se fosse una centifruga, pur di distruggere il dominio imperiale della narrazione leggibile e accettabile, e lo si può fare rimanendo in pieno mainstream, anche grazie alla maturazione interpretativa di Tom Cruise, il che è già un piccolo miracolo.
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