August 25, 2014 at 10:19AM


Dieci anni fa piansi: è certo. Mi ricordo quei giorni. Non mi capita quasi mai di piangere, deve essere un retaggio familiare, il passato prussiano-comunista forse ha inciso tracce indelebili in quel corpo sottile che è il coacervo emotivo. In quel bugliolo discendevo, ebolliva, ero scorticato, scavato, urticato, ustionato. Avvenne così l’incontro con quelle immagini terribili. Ne fui colpitissimo. Non ho mai smesso di portarmele dentro: questa innocenza pervasiva, questa infanzia protratta del suo sguardo e del suo eloquio, del suo sorriso, quello stentoreo della grana che faceva i filmati polverosi oppure quel nitore e quei colori contrastanti e quasi accecanti nel buio calcolato per rendere l’amore ancora più offeso, per bistrattare l’umanità, per ottenebrare il cuore. Le bocche italiane, sempre fasciste, sproloquiavano immoralità, il giornalismo nazionale segnò un punto di non ritorno nella storia delle sue colonne infami, degli elezeviri criminali, dell’insulto alla fraternità e alla pietà. Furno mesi terribili. Un giorno risuonò una voce amica, filiale, alla distanza del telefono cellulare. Chissà là come vibrava per una febbre della terra nei venti caldi e secchi, quegli arti grandi slogati, quella benemerenza che ci faceva fratelli. E non smette di farci tali dopo dieci anni, oramai sono fievoli per l’indegnità quei chiacchiericci su foglio e liberi quotidiani, tutto si staglia in una luce che scolpisce i tratti e il silenzio è sufficiente per farci una casa che possiamo abitare.

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