Furibondo mese di dicembre 1973, interno di famiglia, foto di gruppo con signorino. Siamo a Milano, estenuata premetropoli del tutto morale, governata con piglio edilizio dal sindaco Aniasi. La location è la scena primaria: LA CAMERA DA LETTO DEI GENITORI. Fatti incresciosi e orribili avvengono in quel bugliolo spirituale e animico. Uno di cotesti fatti si è fatto reale. Provenendo dal felicissimo universo in cui i jivatman si beano della luce divina e nessuno gli rompe le palle, viene attratto sulla Terra e in Milano l’inconsapevole esserino che, assumendo un corpo fisico fatto di minerali e grassi insaturi, si qualificherà come mia sorella. Ella viene adornata con un bavagliolo intessuto ai ferri dalla zia romagnola, oltreché di una morbida copertina che solo per ventura non è riscaldata elettricamente, ma a conti fatti è uguale: la indossi ed è come indossare un’enorme pecora viva, tiene caldissimo. Congestionata dal traumatico evento del parto, la sorellina non crede ai suoi occhi: davanti a lei si parano protoscimmioni che sfoderano rictus di zanne d’avorio. E’ incredibile. Dall’eden alla famiglia Genna non è una caduta: è un crollo, uno smottamento dell’essere, un karma intiero. Infatt la sorregge il mio papà, Vito Genna, il quale potrebbe avere fondato da un paio di mesi le BR insieme a Senzani, oppure suonare clandestinamente insieme agli Area di Demetrio Stratos, poiché nessuno in una condizione usuale indosserebbe un simile maglione e pagherebbe un coiffeur per produrre quel taglio di capelli. Le basette e il contesto pilifero del mio paterfamilias sono tuttavia coerenti al decennio: chiunque si abbigli così, si acconcia in quel modo, si esibisce in maniera consona alle scarpe correttive Gusella e ai borselli in fintapelle. La fotografia prefreudiana è scattata dalla mia mamma, la quale in quei giorni soffre di montata lattea, per il disdoro di Mélanie Klein. E veniamo al sottoscrittore Giuseppe Genna, quattrenne in quell’istantanea, l’essere indefinito a sinistra. Il suo contegno è bianchiccio come quello di tutti i bambini tristi, creature messe impalate davanti a una polaroid e, se non c’è buona sorte, accanto a un pony, in quegli anni plumbei e strapolitici. Osserviamo il taglio dei suoi capelli, l’ingestibile innocenza del suo sguardo già stanco, le orecchie divergenti come quelle di Franco Nicolazzi, il tenero smorfiare del sorriso timido e incollocabile, il suo golfino da paramedico, la pappagorgia che ancora è di là dal maturare ed enfiarsi. Questo bimbo è un cocurbitaceo animale, eretto ma già cifotico, invidioso della montata lattea che vorrebbe tutta per sé, sta assistendo a una nascita quando nemmeno è riuscito a capirci qualcosa della sua, è ancora inconsapevole dell’esistenza di Goldrake ma non di quella di Giorgio Amendola. Bella, la tappezzeria: complimenti. La testa lignea del letto forse apparteneva a Don Bosco ed è comunque un elemento vagamente manzoniano. Il corpiletto testimonia di un sentimento policromo del mondo, è una fantasia vegetale che andrebbe utilizzata per la seconda edizione dei racconti di Lovecraft. Quanti palloncini, quanti scherzetti vivaci, quanta televisione a colori vi aspetta, bimbi miei! Mi raccomando: non fate i discoli, ricordate che chiunque a questo mondo rimane fanciullino per sempre, più spesso bamboccio. Non abbiate paura, ma soltanto disgusto, e in forma accettabile e gentile, per non disturbare il prossimo, che è sempre un gran signore che ha tutti i diritti di godersi il mondo senza che voi lo importuniate con fole o dispetti, imparate piuttosto da lui come si cammina impettiti e atesta alta. Non abbiate paura. Non abbiate.
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