Fuoriesco dai panni indossati in qualità di giurato al Milano Film Festival 2014 e scrivo qui qualche impressione su “The tribe”, uno dei due film che si sono aggiudicati il premio ex aequo per il migliore lungometraggio (qui il trailer: http://bit.ly/1tcz6UF). Non riporto, dunque, nessuna traccia della splendida analisi compiuta insieme agli altri membri della giuria: questi sono pensamenti davvero personali e isolati, appunti mentali miei, per nulla rigorosi. “The tribe” è un film di Myroslav Slaboshpytskiy, che si presta a equivocità. Se ne parlo, ho paura che sembri una Potëmkin, nel senso italico del riferimento. Non lo è. E’ una rappresentazione nemmeno più tragica, poiché è il tragico: ogni opera, oggi, può essere il tragico, come sempre; è più difficile invece che sia una tragedia. Il regista ucraino ha impiegato oltre un anno a selezionare, tra 300 possibili interpreti, tutti sordomuti, quasi tutti ragazzi di strada a Kiev. Scelto il cast, Slaboshpytskiy ha girato la sua storia, componendola di ricordi personali, essendo stato il regista stesso un ragazzo di strada, però non sordomuto. Il film non è sottotitolato. Descritta così, l’opera potrebbe sembrare indifferentemente una scansione sociologica di una comunità particolare, un racconto che fa perno su freaks, una rappresentazione fondata sui molti metalivelli che si potrebbero rintracciare al suo interno. E si sbaglierebbe a valutarla in questo modo. Quelle sarebbero tutte considerazioni fondate su generi, anche critici, che mi pare non colgano il momento storico e nemmeno il momento geometrico. Nemmeno c’è l’intenzione di creare qualcosa che superi i generi: intenzioni e generi sono una malattia paradossale del presente estetico occidentale. Semplicemente, Slaboshpytskiy scatena un’imminenza che nulla ha a che vedere con la suspence, una potenza che pressa la mente e quindi l’occhio dello spettatore, esponendolo a un transitorio vacuum dei codici, poiché non si capisce cosa stanno dicendo gli attori, impegnati in un frenetico dialogo continuo attraverso il linguaggio ucraino dei gesti. Nemmeno un non udente italiano è in grado di comprendere le battute dei dialoghi. Non c’è uno sguardo zoologico, dunque. C’è un racconto di una violenza talmente totalizzante che a tratti può risultare insostenibile, pur non essendo plateale, poiché automaticamente davanti a “The tribe” si schiera una platea di tipo ben diverso da quella che appartiene al canone spettacolare. Qualcosa di arcaico e di futuro deflagra. I fatti sono benissimo comprensibili. Si è messi frontali, non “empatici”, rispetto a una violazione di tutti i linguaggi che non siano *quel* preciso linguaggio, che pure è un linguaggio e un codice. L’alternativa che esso pone, violentemente, evita che si tratti di una critica ai linguaggi e scarta violentemente rispetto a un effetto grottesco o peggio ancora ironico. Non c’è ironia. Chi si ricorda più il postmoderno, il nero, il politico novecentesco oppure la mise en abîme? Si tratta di istanze completamente infondate, poiché uno è lì davanti allo schermo, in un eterno qui e ora che sempre è stato scatenato dalle opere d’arte, costretto a fare quell’esperienza e cioè a non ricorrere alle distinzioni intelligenti nel mentre stesso dell’esperienza: è sempre un caso di microtrascendimento. C’è un errore al centro del film ed è una scena di aborto: il regista non necessitava di questa pezza, di questa acuzie in cui il grido della ragazza che abortisce è troppo fioco e per questo risulta tremendo. Tutto il film era già questa acuzie, quindi non serve rappresentare la cosa, che peraltro può dare adito a fraintendimenti, perché sembrerebbe in parte di assistere a una critica politica (la politica del corpo in senso lato), laddove la prostituzione e il crimine che ci vengono mostrati prima e dopo sono in grado di essere autonomi rispetto a una sottolineatura del genere. Questo è l’unico errore del film. Del resto i modi cinematografici utilizzati da Slaboshpytskiy sono coerenti a mantenere allo stesso grado intensa la pressione psichica: piani lunghi, lunghe camere fisse. Eppure non è una dimostrazione inutilmente muscolare delle capacità registiche. In questi quadri il focus attenzionale non è sui movimenti degli umani e tantomeno è sugli sfondi: non c’è umano e non c’è paesaggio, ovverosia non c’è film e nemmeno cartolina. E dove è posto il focus attenzionale, dunque? E’ questo l’elemento fondamentale: l’attenzione è ovunque, in ogni punto. La pressione esercitata sullo spettatore viene da questi percepita in forma di sforzo attenzionale ovunque e sempre. A ciò concorrono le memorie dei singoli spettatori, poiché le memorie sono una forma in un certo senso ultimativa di difesa e quindi di identità – e lo sforzo di attenzione manda in cavalleria ogni difesa e ogni identità; perciò si ha paura dell’attenzione: è il nostro guardiano della soglia, quello terminale, e non esiste, poiché l’attenzione non è una forma, bensì una potenza. Per chi ha in testa certa letteratura, dallo “Jakob von Gunten” di Walser al “Törless” di Musil, la location principale, cioè l’istituto per sordomuti, è un palcoscenico assoluto e otto-novecentesco, in cui ci si muove in una brutalità strana, in una sostanziale percezione che coglie chi vede: risultiamo violentati di frame in frame, di frase in frase, di gesto in gesto. C’è qui un’eredità della tragedia classica, però fuori da citazionismi. Il mito è qui interpretato non come metastoria universale della vicenda umana, non mi pare che a Slaboshpytskiy interessi questo ed è certo che su di me non è stato sortito un simile esito. Qui la tragedia classica è l’andare di tutte le cose allo zero, un po’ come annotava Hölderlin nel suo saggio sul tragico. Il porsi come esperienza del tragico e non come modello di tragedia (ripetibile, variabile) è dovuto al fatto che “The tribe” è un’opera contemporanea e della contemporaneità manda in crisi la domanda centrale: cosa c’è *dopo i generi*? Dove è messa la parola, dopo le parole tutte? Fatta istantanea piazza pulita di tale questione tutta autocritica, il film vive per l’appunto di una pressione altissima dovuta alla continua imminenza: dei fatti, delle espressioni, degli sviluppi, delle conseguenze assai prevedibili che il passato ha innescato. I volti sono la maschera di questa potenza esercitata tramite imminenza. I corpi si muovono a una velocità che è circa doppia rispetto a quella con cui si muovono gli udenti e i parlanti che capita di vedere. C’è una scena in cui i ragazzi sordomuti fanno la fila al consolato italiano e percepire la loro velocità, distonica rispetto alla massa degli altri avventori, dà un senso di nausea come quando si ha mal d’auto, per via dei movimenti periferici dell’occhio. Un rimando possibile e letterale al “film muto” mi pare del tutto naturale. I sordomuti devono stare attentissimi, muoversi in continuazione, per percepire la generalità delle situazioni in cui vivono, è una frenesia che instaura il regno di un’altra percezione di quella che si chiamò un tempo: natura. Questo sforzo titanico di una cultura (il codice linguistico e comportamentale della comunità sordomuta) e della natura (cioè l’ambiente) fa scoccare da subito la scintilla del tragico. Le scene finali e inevitabili mi hanno fatto ripensare a come Kafka chiude “Il processo”: K. viene condotto lungo una scoscesa da due figuri che danno corpo alla sentenza, lo spingono cingendolo alle braccia, ognuno ai lati di K., e uno di loro “spinge” il coltello “due volte” nel petto di K., mentre l’altro lo afferra per la gola, e K. muore così: “«Come un cane!», disse, fu come se la vergogna gli dovesse sopravvivere”. Ora, nessuno si è mai preoccupato di pensare che Kafka ce l’avesse coi cani o con la vasta schiera delle persone che nella storia universale umana hanno avuto a che fare con problemi di giustizia; eppure anche Kafka si preoccupa letteralmente dei cani e degli imputati. Dubito moltissimo che oggi abbia senso aggiungere quello scatto prodigioso relativo alla “vergogna”, non perché non si possa fare poesia dopo la caduta dell’URSS, ma perché questo è un tempo che sta elaborando un diverso protocollo, rispetto a dove è collocato Kafka, in cui si situano e la vergogna e lo scatto prodigioso. La migliore soluzione al problema è risolverlo col porlo: facendolo, nell’istante. Slaboshpytskiy non ha minimamente la pretesa di fondare un nuovo linguaggio o mappare isola e possibilità di un’isola: egli infatti “fa la cosa”, giusta o sbagliata che sia. Prima di tutto sono sull’isola e subito dopo mi preoccupo di sapere com’è fatta. In questo senso “The tribe” è la contemporaneità artistica. L’arte oggi c’è: c’è l’arte, c’è l’oggi e, vividdio, c’è pur sempre il c’è.
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