Vorrei scrivere qualcosa (ancora qualcosa…) sull’omicidio di Stefano Cucchi, perpetrato dallo Stato italiano.
Io credo che, nella storia della nostra nazione, questa porzione di tempo che è stata abitata da gente che parla molte lingue, non esista un evento storico così radicale come la morte di Stefano Cucchi e quanto ne è seguito. Ritengo che qualunque morte politica (le vittime delle infinite stragi, gli attentati a “servitori dello Stato”, etc.) sia stata culturalizzata, in qualche modo spregevolmente gettata nell’arena su cui ci si affaccia divisi. Le morti non hanno garantito l’unità di una collettività di persone che cercavano il fondamento mobile dello stare insieme. Questo mi è sembrato sempre un fatto tragico. L’ostensione del condannato ha sempre qualcosa di osceno e politicamente è un atto fondativo. Questa nazione è stata incapace di ergersi sulle verità storiche, terribile e per sempre irreparabili, i cui protagonisti erano gli ultimi, i massacrati, i devastati. Questa nazione è stata addirittura in grado di sconfessare parzialmente l’antifascismo e di mettere in loop un’intera stagione imbrattata di sangue e squarciata dal piombo.
Nel caso di Stefano Cucchi non accade nulla di tutto ciò. Ascoltare le parole lucide e ferme della sorella Ilaria, meditare gravemente sull’inguardabile corpo del povero Stefano, devastato da gente che rappresenta lo Stato – chiunque compie del tutto naturalmente questi gesti. Non è possibile schierarsi altrove, se non con quel corpo, con quel ragazzo, a partire da quel corpo e da quel ragazzo. Si aderisce del tutto istantantaneamente. La pietà e il terrore sono fondamenti della tragedia, cioè della collettività. Si pensa ai propri figli, si pensa ai fratelli e alle sorelle, si pensa all’orrore del potere e del suo cieco disumano apparato. Infine: non si pensa. Si abbraccia Stefano Cucchi. Chiunque non abbracci Stefano Cucchi e non crolli alla presenza della reliquia assoluta con cui lui abbraccia noi – chiunque non sia con e in Stefano Cucchi, semplicemente, non appartiene alla collettività. E’ un bandito: gli viene comminato il bando. Non esiste un altro fatto storico così concentrato e inaudito, in questa penosa vicenda che è l’edificazione di uno Stato e per di più italiano, il che è già un ossimoro. Stefano Cucchi manda a zero quanto è stato speculato e perpetrato mietendo vittime ovunque, nello Stivale, per un secolo e mezzo. Che lo Stato abbia “servitori dello Stato”, disposti a morire ed effettivamente morti, dice con quale razza di entità abbiamo a che fare: con un padrone che pretende appunto il servaggio. Ma il fatto stesso che un “servitore dello Stato” sia tale, rende ancora più tragica la morte di Stefano Cucchi: che era nessuno e niente, un ultimo, come tutti noi, nato e vissuto con noi, in mezzo a noi, a prescindere da qualunque considerazione suplettiva.
L’Italia è un’area immaginaria e storica la cui unità si fonda su Stefano Cucchi.
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