November 09, 2014 at 12:28PM


Nel 1993 dovevo sposarmi, ma decisi di non sposarmi. Il verbo non rende bene l’idea: in effetti, non è che propriamente “decisi”. Quel momento della mia esistenza è rimasto ovviamente un turning point della mia vita. Dentro ci stava e ci sta tutto: il rapporto con la donna, il rapporto coi genitori, il rapporto col futuro, il rapporto coi soldi, il rapporto con l’idea famigliare, il rapporto con la fede altrui e con la sfiducia mia, il rapporto con l’accumulo di identità, il rapporto con la successione, il rapporto con la specie, il rapporto con l’abitazione, il rapporto con la filosofia e la poesia, il rapporto con l’istituzione, il rapporto il movimento e con la quiete, il rapporto con i nervi e con il cuore, il rapporto con la solitudine, il rapporto con la delusione, il rapporto con il gioco, il rapporto con… Quando “decisi” che non mi sarei sposato con questa donna che molto amavo, era una notte allucinata, fatta di veglia travolta, in un alloggio popolare nella mia zona natìa alla periferia di Milano. Sembrerebbe un’altra vita, invece è proprio questa vita. Poche ore prima che mi drizzassi nel letto sfatto, al buio, enunciando questa rottura che, per un ragazzo ventiduenne di quei tempi italiani, poco prima delle bombe, era molto significativa, avevo parlato con un parroco. Era il parroco di riferimento di quell’amata. Per me si trattava di uno strano incontro. Non sono battezzato, sono cresciuto comunista in una famiglia comunista. La donna amata subodorava il mio disagio e cercò di farlo emergere attraverso il confronto con questo prete che a Milano dicevano essere estremamente sensibile, al limite dell’illuminazione, una sorta di santità attiva, di attenzione amorosa aperta, efficace, pulita, cardiaca. Si chiamava, quel parroco, Angelo Casati. In effetti parlammo e, a quanto pare, il dialogo con lui produsse in poche ore una frattura interiore in me ed esteriore con quella donna. In seguito, nel tempo della disillusione e della sofferenza grigia e solitaria, incontrai don Angelo Casati un’altra volta. Quel dialogo successivo non produsse una suturazione della ferita, che si compì in altri e obliqui modi – obliquità che sarà pur tale, ma rimane per me centrale. Don Angelo Casati era residente presso San Giovanni in Laterano, a Città Studi. Da lui passava Giuseppe Pontiggia, a parlare. Era bello per un intellettuale discorrere con don Angelo, il quale curava la Cattedra per i non credenti, una formidabile occasione in cui Martini dialogava con Cacciari e si produceva pensiero, riflessione e meditazione. Quest’omìno smilzo, che parlava con una pacatezza calda e con un timbro etereo e carezzevole, era in grado di rispondermi su Hölderlin e Heidegger, mentre mi indicava che la mia testa si era schierata preventivamente contro il cuore, contro la pelle, contro la svolta di respiro che in realtà andavo cercando. Alla sua scrivania, le mani femminee che esprimevano una cifra materna, lo sguardo incantato in una concentrazione naturalmente intensa, le ossa del cranio a testimoniare grazie alla magrezza del corpo tutta la transitorietà di un corpo, don Angelo aveva diretto a me, non alla donna amata, domande apparentemente laterali, sussurrate appena. C’era una fonica altra, che correva in quel fenomeno acustico, quelle parole piene eppure angeliche insinuavano un dubbio radicale, e non per il loro significato, che pure era pressante. Quest’uomo sapeva leggere i sintomi. Chi legge i sintomi è in grado di curare? Probabilmente sì, a patto che ci si intenda su cosa significa cura. Forse la cura sta nel paziente, cioè in chi soffre, forse la sofferenza non la si sa, forse il dolore chiede di essere sentito, percepito, reclama contro un ammanco di attenzione. Il lievito stellare che maturava nella delicata pastosità di quella voce, forse, faceva gonfiare un disagio in me. Quale disagio? Amavo questa donna per me stellare. Il suo sguardo conduceva luce, mi pareva, trapassava il corpo, chiava a un incontro artesiano, per la prima volta caricando di magnetismo un fatto, un corpo, un’adesione all’idea che si entra in una cosa unica, indistinta, indifferenziata, che si può toccare e essere… Quei giorni mi parevano miele, quella pelle manna, le sue efelidi costellazioni, il suo incarnato una dolcezza polare, il suo sorriso uno scintillio dei piaceri che cantavano in coro, i suoi capelli una fienagione infinita, un’estate, un’arcata solare che si rovescia in una notte argentina e convulsa: viva. Ma in me non si chetava la domanda di amore. E cos’era questa richiesta di amore? L’eco di una deflagrazione iniziale, calmatasi, che fa la frequenza stabile di un universo, coagulandolo con la colla di una materia oscura, che non sembra presente e attiva, ma che provoca fenomeni, aberrazioni, sigizie, la possibilità di distorcere le latitudini. E in quei giorni Milo De Angelis diceva in una poesia da “Somiglianze” in me: “Sto crollando sfinito in mia madre”.
Avevo ventidue anni.
Immaginate la sorpresa di vedere uscire edito da il Saggiatore “Il sorriso di Dio” di don Angelo Casati nel novembre 2014.

da Facebook http://on.fb.me/1uQG7xF


Scopri di più da Giuseppe Genna

Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.

Scopri di più da Giuseppe Genna

Abbonati ora per continuare a leggere e avere accesso all'archivio completo.

Continua a leggere