Ecco una lectio magistralis, che va tenuta a mente: voi state vivendo il tempo dei cretini, voi siete assurdi, voi non sapete, il futuro è orrendo, tutto fa cacare. Ve lo dovete fare indicare dove e come si pensa e a darvi l’indicazione sono in grado soltanto pochi. Lo si capisce leggendo tra le righe ciò che enuncia, flautatamente corrosiva, la voce stridula e arrochita del filosofo ed ex cattedratico Carlo Sini, ai tempi docente di filosofia teoretica quando frequentavo la Statale. In pochi anni si è consumato in Italia e nel mondo un passaggio di paradigma, rapido ma assai prevedibile, che disegna un’antropologia molto diversa rispetto a quella a cui si era abituati qualche anno fa. Certi umanisti contraddittori dei tempi passati, e Carlo Sini tra costoro, sono sconcertati e si interrogano se stanno vivendo una allucinazione, una decadenza o un helter skelter. E’ molto divertente ammirare come, con il mutamento di qualche minima longitudine storica, i loro discorsi imperniati su una certa vicenda occidentale, che soltanto loro credevano effettiva e stabile, vanno gambe all’aria. Assistere al paradosso vivente di Carlo Sini che discetta angosciato dell’attuale presente, commentando con anmerkung alcune banalità di base in un libro di Massimo Recalcati, sembra, a chi ha una preparazione filosofica, l’equivalente del rapporto tra Plato e Pluto descritto Plauto. Non è per niente dolce l’aggressività, nemmeno teoretica, bensì indifferentemente ragionativa, che Carlo Sini esercita sull’attuale presente, che è privo di dialettica e di qualunque umana comprensibilità, poiché le tecnologie fanno di tutto e qualcuno si permette di piazzare i Kraftwerk alla pari di Mahler. Siccome “loro” non compresero il proprio presente e pensarono che il passato avesse una forma definita che avevano compreso, con un mutamento storico è a “loro” che saltano le griglie e, dunque, “i nuovi” sono privi di grammatica. La secondarietà del discorso filosofico di Sini è emblematica rispetto a una miriade di formulazioni e produzioni letterarie e artistiche nutrite e fatte crescere nel passato quarantennio, attraverso anabolizzanti istituzionali e silenzio da parte di pensatori davvero radicali, di cui per esempio Luciano Parinetto costituisce l’emblema schiacciato accademicamente dalle cattedre “pesanti” nella medesima facoltà in cui operava Sini medesimo. E ci ricordiamo gli studi inutilissimi di ermeneutica, strutturalismo, stilistica, poststrutturalismo, decostruzionismo, neoumanismo, analitica, sociologia applicata all’umanismo, storicismo, riduzionismo, etc? Certo. Io, almeno, me li ricordo tutti e di tutti gli autori di quelle corbellerie ho memoria: precisa e in parte vindice. Oltre a un aneddoto da esame universitario con Carlo Sini (volò un libretto in faccia, non si dice se all’allievo o all’insegnante), posso emblematicamente ricordare l’ultimo dialogo che ho intrattenuto con lui. Si parlava di Rete, a fine Novanta, nell’aula cosiddetta “a crociera” della Statale. Sini non sapeva cosa dire, ma diceva: categorizzava, parlava di “traccia”, discettava di “voce”. Presi la parola e dissi cosa stava per accadere secondo me: entro pochi anni tutto il discorso filosofico di Sini si sarebbe rivelato nullo in termini di efficacia teoretica e comunicabilità, espulso da qualunque canone storico. A ciò aggiunsi una prospettiva positiva, cioè cosa sarebbe stato il “momento filosofico” nel prossimo futuro: sarebbe stato “pensare quando si fa la cacca”. Sini nemmeno sorrideva. Spiegai la fenomenologia del “flow” di Csikszentmihalyi, nome che nessuno aveva mai osato ascoltare, dissi che la questione era l’incantamento: quello pragmatico, concreto, che si dà nel qui e ora. Sembrai un mezzo matto, avevo già costruito l’ologramma del pazzo iracondo enfatico, per cui nessuno ritenne affidabile nemmeno una sillaba del mio discorso. Quel discorso accennava al fatto che la filosofia analitica andava verso il tentativo di elaborazione tecnologica della semantica, per cui ci si sarebbe dovuti occupare degli studi sulla coscienza: il linguaggio emerge dalla coscienza, il noumeno filosofico è la coscienza, non il linguaggio. Comunque si incarica la scienza di condurci a Google come nostro migliore amico o primo amore. E così questo tempo, siccome non è stilisticamente coerente con quello avvertito come naturale da questi anziani signori (e, ripeto, qui Sini è soltanto emblema di molte altre una volta insigni personalità, la letteratura ne trabocca), allora è sbagliato, questo tempo è fuori sesto. Mamma mia. E pensare che siamo ancora prima della scoperta della caldaia, grazie alla quale costoro hanno reificato la nozione di alienazione. La verità è che questi signori hanno sbagliato, ovunque, sempre. Hanno errato nelle analisi, nelle previsioni, nei metodi, nei sentimenti. La protesta di Carlo Sini contro l’attuale regime delle specializzazioni cozza contro la sua propria professione: filosofo specializzato. E specializzato male. Il bilancio dell’attività umanistica di costoro, accademici nel tempo del crollo dell’università o critici nell’era della nebulizzazione della critica o scrittorini che videro dal vivo la smorfia di scetticismo sul volto di Calvino – il loro bilancio è negativo; nemmeno è; non c’è nessun bilancio.
Stiamo vivendo una fase storica interessante. Si può fare e si fa.
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