November 16, 2014 at 12:57PM

Oggi alle 15, nell’àmbito della manifestazione Scrittorincittà, che si tiene a Cuneo, con la solita valanga di incontri, avrei dovuto dialogare insieme a Giorgio Vasta e a Carlo D’Amicis. Si sarebbe parlato di ciò che entra in conflitto e dispiega la scrittura del mio “La vita umana sul pianeta Terra” (Mondadori) e dello splendido “Quando eravamo prede” di D’Amicis (minimum fax, va letto, va letto assolutamente, qui le info: ). Tuttavia io sono qui a Milano. Non sarò dunque in quel di Cuneo. Perché? Per questo motivo: sono stato contattato settimane e settimane orsono dall’organizzazione, che mi assicura la prenotazione di biglietti ferroviari o, in alternativa, il contatto con qualcuno che da Milano si sarebbe recato a Cuneo, così eventualmente da condividere viaggio e benzina. La telefonata dell’organizzazione di Scrittorincittà arriva bellamente in ritardo rispetto a una mail di un’altra persona dell’organizzazione, che giorni prima, del tutto fuori contesto, senza che io nemmeno sappia quale sarà l’incontro a cui devo partecipare (non conosco il tema, gli scrittori che interverranno, chi medierà), mi chiede se va bene un testo chilometrico biobibliografico che riguarda me. Cerco di ridurlo al minimo, mi imbarazzano queste cose, sono inopportune. Non comprendo perché, poi, avendo a disposizione le informazioni in Rete, uno non si prenda la briga di scrivere due righe in totale responsabilità, senza interrogare centodieci scrittori. Vabbè: chi se ne frega, è da sempre così. Giunge dunque la telefonata di conferma dell’incontro, giorni e giorni dopo, mentre sto lavorando e mi si avverte che sarò ulteriormente contattato per stabilire orari del viaggio. Quest’ultima chiamata non arriverà mai. Nessuna mail. Nel frattempo, la manifestazione ha inizio. Noto i tweet angoscianti che l’account Scrittorincittà eietta l’altro dì: enter Corrado Augias, gli danno il benvenuto, Corrado Augias dice che frugare un corpo è molto diverso da frugare la mente. Si è, cioè, nella nuvolaglia attuale. La confusione è massima, a me non frega che si mischino inesistenti gerarchie di valore, però mi colpiscono altri sintomi, su cui sono solito riflettere. Da un lato, osservo in sbigottito sconforto l’incredibile finzione emotiva, che figlia enfasi e insenzienza, un entusiasmo farlocco e tanti discorsi inutilissimi che vertono su “pubblico” (nel senso di “io pubblico!” e anche di “cosa desidera il pubblico”, che poi in questa nuvolaglia sarebbero i lettori). D’altro canto, c’è il dato dell’inefficienza scientifica e antropologica in un’epoca che pensa di essere la più efficente di tutte le epoche universali, in quanto essa vive (così pensa, anche se è l’epoca del Darfur) di tecnologia efficientista. Questi due dati sono molto concreti, alla mano, banali. Fanno la vita italiana di ogni giorno, in questi giorni. E quindi la fanno anche a Cuneo. Nell’entusiasmo di un proliferare atematico di incontri di massa (una massa di scrittori, non di lettori), l’inefficienza fa sì che si scordino di uno che hanno contattato. Potevo avvertirli, avvisare con una mail che non ero stato contattato – e perché avrei dovuto farlo? Per rispetto ai lettori? Io rispetto moltissimo i lettori, ma la disorganizzazione no, non li rispetta. Possiamo distribuire il principio di responsabilità nelle piccole cose concrete che avvengono di giorno in giorno? E’ accaduto, una volta, che io mi scordassi di andare a un festival a Sarzana. Ho fatto telefonate disperate all’organizzatrice e all’editore che mi aveva proposto per l’incontro. Non capivo nulla, in quei giorni: avevo difficoltà personali, centinaia di mail da aprire e a cui rispondere, decine di manoscritti da leggere, l’attività parallela di ricerca al neurlaboratorio – mi ero proprio scordato di andare a quel festival. Chiesi se potevano annunciare la cancellazione dell’incontro con una specifica pubblica: la colpa era dell’autore. Non basta, è certo. Immagino che le persone che hanno organizzato Scrittorincittà a Cuneo si siano trovate in quella stessa situazione mia: confusione, rumore di fondo, coordinamento che manca. Io non ce l’ho infatti con le persone, bensì proprio con l’organizzazione: l’organizzazione è una macchina umana, significa alienazione e interiorizzazione di una tecnocrazia psichica, che conduce alla morte: che il rumore aumenti o che si faccia silenzio assoluto è uguale. L’organizzazione aspira. A cosa? All’estinzione dell’umano. L’organizzazione è umana. Se ne traggano apodittiche conseguenze. Vorrei continuare tuttavia la riflessione.
Ieri ho partecipato al mio ultimo incontro dal vivo. Era nell’àmbito di BookCity, manifestazione-cloud milanese, che di letterario nulla ha, in quanto è una collazione di eventi promozionali, atematica. Questa forma è ideale, oggi, per rilanciare un’editoria in crisi? Penso di sì, è certamente all’altezza dei tempi. Sono più di 900 gli incontri che si sono tenuti a Milano in quattro giorni: spesso strapieni, mostrano una vitalità sorprendente da parte di lettrici e lettori. Quanto agli scrittori, non mi sento di affermare che tutti gli intervenuti siano scrittori: ci sono molti “esperti” e molti “autori di libri”, che non hanno nulla a che vedere con la scrittura. Ieri mi trovavo a una discussione che verteva sulle differenti modalità del genere giallo (il titolo dell’incontro era: “Tutte le lingue del giallo. Declinazioni italiane”). Ne abbiamo parlato? No. Sarà l’ottocentesima volta che mi capita: bisogna “volare basso”, bisogna essere dorotei e cioè ipocriti, non bisogna fare sfoggio di cultura, bisogna essere simpatici. Non uno dei miei colleghi (persone che molto stimo e che costantemente leggo), del tutto istintivamente o piuttosto automaticamente, ha rinunciato a fare qualche battuta (in effetti davvero divertenti). Si è parlato di come si arriva a pubblicare. Si è parlato di come leggono gli italiani. Si è parlato intorno alla prezzatura dei libri. Ho provato a parlare di letteratura, ma nessuno ha raccolto la proposta: i colleghi hanno continuato a commentare i dati della diffusione editoriale, della pedagogia nelle scuole, dell’antropologia italiana rispetto all’oggetto libro e al valore della cultura, degli scambi in dialogo con i lettori, chiudendo il tutto con una barzelletta su scrittori all’inferno e in paradiso, privi di differenze apparenti, tutti a soffrire, solo che quelli in paradiso pubblicano. Avrei desiderato parlare: degli stilemi del genere cosiddetto giallo, dell’ipotesi circa la nostra fase storica e geografica come epoca senza immaginario per come lo si intendeva fino a qualche anno fa, del declino interno del momento geometrico della suspence, dell’assurdità di considerare oggi il fenomeno letterario secondo “generi”, dell’assenza conclamata di una “letteratura alta” quando avvenne che si condusse una battaglia contro l’etichetta di “letteratura bassa” affibbiata alla letteratura di genere – e di vari altri argomenti connessi a questi. Sarebbe stato noiosissimo? Probabilmente. In altre nazioni non lo sarebbe stato, in altri tempi non lo fu e immagino che non lo sarà. Al solito, il povero mediatore del dibattito si è trovato a impetrare più che un centinaio di persone: qualcuno voleva forse fare una domanda? Due volevano fare una domanda. Avuta la risposta, è finita: bella lì, come dicono a Milano. Ecco: io di tutto questo non ho più voglia. Chiedo scusa alle amiche e agli amici, alle lettrici e ai lettori, cioè quei pochi che incroceranno queste mie righe: non ho più voglia di presentarmi in pubblico, stando dietro una cattedra o un tavolino, reggendo un microfono, per ascoltare o dire cazzate, attenuando quello che mi interessa e che penso: cioè una visione della letteratura, che non sarà universale e necessaria, sarà pure idiosincratica, e però a me interessa. Non sono un genio erudito e nemmeno un arrogante come Sanguineti che, una volta, disse al “pubblico”: “Studiate”. Non è questo il punto. Il punto, per me, è l’autenticità e l’espressione di ciò che si avverte come cruciale. Non intendo prendere alcuna posa, sono uno scrittorino secondario, che pubblica in una lingua oggi secondaria, in una nazione meno che secondaria. Non penso mica di essere Pynchon o Salinger. Non è che adesso non mi faccio più vedere in giro. Sto in Rete, sono contattatabile, si può discutere e litigare con me. Lavoro in una casa editrice, collaboro a ricerche varie, intervengo con scritti e, per l’appunto, pubblico testi. Esisto socialmente anche in questi modi, che sono pubblici. Non voglio offendere nessuno, davvero. Tuttavia non intendo mai più presenziare dal vivo in pubblico, in festival o presentazioni librarie di tomi firmati da me o da altri, in premi o conferenze o performance.
Scusatemi tutte e tutti, mi sembrava corretto scrivere questa cosa.


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