November 19, 2014 at 10:28PM

C’è una campagna che mira a portare la tassazione iva sugli ebook al 4%, come per i libri fatti in carta. Attualmente l’iva per un libro elettronico è al 22%. La campagna, che coglie un consenso unanime di chiunque ovunque sempre, dal ministro dei beni Culturali all’ultima dei litblogger, si sorregge su uno slogan e tale slogan è “geniale”, ovviamente. Eccolo: #unlibroèunlibro. Entusiasti, se non entusiasmanti, i democratici diffusi che lottano per la diffusione della cultura diffusa nella società liquida del general intellect, in maniera prodigiosa, hanno attaccato a questo slogan, che per qualche anno si chiamerà hashtag, questa iniziativa iconicamente all’altezza del tutto: si sono fatti un’autoritratto fotografico a pollice verso, il che per qualche giorno si chiamerà selfie. Questi facitori della nebula di cazzate pseudoeditoriali da anni (per la precisione: quattro) discutono animatamente dei “supporti”, dei “device” e, conseguentemente, dei “contenuti” appropriati a tutto ciò. E’ facile e perciò comprensibile: non esistendo una storia del libro digitale, coteste e cotesti non hanno bisogno di studiare una storia e, per di più, pare loro di farla, la storia. Tale storia sarebbe, nei loro enunciati antiwittgensteiniani, una rivoluzione antropologica. Ti vengono legittimamente fuori, in tale regime di cazzosità tutta aerea e roseo cerebrale, libri a firma di Cristina Chiabotto o manuale per mantenersi in forma seguendo gli esercizi di costruzione della muraglia cinese dettati da Kafka. Uno dice: cazzi loro. Beh, non sono propriamente cazzi loro: sono anzitutto cazzi nostri. Questi sì che è una rivoluzione antropologica e tecnologica, in Italia! Dal “loro” pentastellato al “noi” senza aggettivi! Perché si tratta di cazzi nostri? Per alcuni motivi non trascurabili, tra cui il meno trascurabile si esprime come vita civile, un concetto che ovviamente è à la page oggidì, tra privacy violate e indignazioni postume per le morti di Falcone e Borsellino. E’ vita civile la questione del valore, e qui non intendo il valore in senso morale, bensì propriamente politico e altamente economico. In una comunità nemmeno più linguistica come l’italiana, infatti, il libro è sempre stato guardato con diffidenza, acquistato il meno possibile, sfoggiato soltanto se le coste dei tomi erano tutte uguali, su scaffalature presenti persino all’atto di dichiarazione via cavo che la democrazia liberale veniva rilanciata, nel 1994. Perché il libro ha un valore e tale valore viene attestato dal fatto che un libro è un libro sì, con o senza cancelletto, ma un libro non è un ebook. Detto che soltanto il cretinismo degli ultimi anni poteva imporre l’illusione pubblica che gli ebook, in Italia, avrebbero divorato l’editoria cartacea in un tempo irragionevolmente breve, c’è il fatto che un libro di carta richiede questa filiera di lavorazione: autori che pensano studiano scrivono il testo; editore che lo sceglie, lo modifica, gli dà una veste, lo promuove; signori che lo stampano, lavorando la carta; distributori che fisicamente lo portano in libreria o lo rendono disponibile grazie alle librerie, quelle sì, on line; lettori che stanno attenti a una tassonomia, anche dei propri desideri, e lo recuperano, aggiungendo un elemento prezioso; eventuale rifacimento in edizione tascabile o economica, il che significa poi che, tranne l’autore (ma a volte anche incluso l’autore), si ripete la filiera intera. I 4/5 di questa filiera saltano nel caso di un ebook. E saltano anche le tassonomie, saltano le tassonomie del desiderio, saltano i desideri per come li si conosceva per un tempo che è stato ragionevolmente breve. Già questo definisce che l’oggetto libro non coincide con la lettura finale. E’ vero che ogni libro può essere un ebook, ma non ogni ebook può essere libro. Una differenza di tassazione è dunque del tutto naturalmente giustificabile. A guadagnare sarebbero gli editori, ma sarebbe un guadagno scellerato: è una di quelle mosse con cui si è avvitata nella propria diminutio la grande editoria italiana, la quale coincide con la distribuzione e tra un po’ anche con la vendita. Esternalizzazione ciclopica di competenze, annichilimento della qualità produttiva e dell’emissione di di testi, come è oramai chiaro, sono agenti corrosivi che operano dall’interno degli uffici di controllo e dei lobi cerebrali. Così facendo, non soltanto gli editori grandi non recupereranno mai il 20% del mercato perduto, ma andranno diretti a farsi fagocitare dal distributore più sveglio, che sarà in un breve futuro anche il produttore più sveglio (Amazon già sta facendo concorrenza alla HBO sui serial, figurarsi cosa accadrà coi libri). In tutto ciò non c’è posto per il lettore, perché è una pia illusione che una tassazione minore conduca a un prezzo minore per il consumatore. Detto tra noi, molto sussurrato: un lettore non è un consumatore, un libro non è un prodotto, un autore non è un produttore. La legge della domanda e dell’offerta non vale nel caso di segmenti molto unitari di natura emotiva e cognitica e più che psichica, quali i testi sono da quando esiste la testualità.
Va da sé che la miopia dei comunardi cinguettanti e dei festaioli da doposalone con gli occhiali dalle montature spesse non avrà ragione della storia. Ciò per una ragione unica: la miopia non è storicamente rilevante. Commette mali abissali, ne pagano il prezzo consorzi umani interi. Però provate a dire che i protagonisti della Grande Migrazione furono miopi. Essi non furono nemmeno efficaci o produttivi. Ai tempi, la legge della domanda e dell’offerta era ben altra cosa.
Fosse per me, proporrei un’Iva sul libro in carta al 33%. Tenterei di scommettere che, alla fin fine, si installa una percezione valoriale alta circa l’oggetto libro. Certo, nel brevissimo periodo assisteremmo ai drammi, che sono sempre esistiti, in alcune componenti della “filiera” sopra descritta. Ah: azzererei gli anticipi agli autori, tra le altre cose. Ucciderei l’idea stessa di fare mercato. Se non fai mercato, ti trovi a fare cultura. Chi scommetta uno scempio simile, azzardato da un notorio provocatore, sarebbe ingiustificabile davanti al tribunale dell’inesiste storia.


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