La lotta di classe è l’unico atto politico che è dato oggi. E’ dato sempre, ma oggi più che mai. Per classe si intenda latamente, laddove bisogna ricollocare la nozione di borghesia e quella di economico, di sociale, di cognitivo ed emotivo. Se ancora si avverte la necessità del politico, non c’è altro che la lotta di classe, più che sempre. E’ l’unica prospettica che fa esistere il tessuto sociale. E’ l’unica sorgività di responsabilità indifferentemente individuale e collettiva. Il cosiddetto potere della cosiddetta “delega di rappresentanza” ha mostrato ben presto la corda, conducendo non tanto dolcemente il consorzio sociale ad accettare l’implicito delle democrazie parlamentari: lo slittamento verso le tecnocrazie, di qualunque genere. E’ dalla metà degli Ottanta che si può osservare con puntualità come è stata messa in atto una politica globale di smantellamento dei diritti, cioè dell’assunzione diretta di responsabilità rispetto alla vita vivente in cui siamo inscritti. Ciò è stato detto con un anglismo: “welfare”. Era una menzogna, lo è tuttora. Non c’è nessuna assistenza pubblica e tantomeno esiste ambiguità, semantica o storica, con il “benessere”. E’ un gran bene che i diritti vengano perduti, è la potenza positiva del negativo: saranno riconquistati. Lo saranno a patto che venga dato corpo non a un atto di resistenza, ma a un atto attivo: di conquista, daccapo. Questa conquista continua si chiamò: rivoluzione. E’ necessaria una rivoluzione globale, che eserciti consapevolezza anche in merito al cognitivo e all’emotivo, cioè al fenomeno psichico, che è un terzo del fenomeno umano tutto. Non soltanto c’è bisogno di sindacati di classe globali (lavoratori o salariati male di tutto il mondo si uniscono), ma si avverte la necessità che queste organizzazioni (ovviamente si tratta di un tipo nuovo di organizzazione: che non sia una macropersona e nemmeno una macchina dissociativa) prima aumentino la pressione e poi la canalizzino, la veicolino. E’ la pressione che il fenomeno umano sempre oppone all’ingiustizia, la quale non è per nulla un disvalore, poiché è soltanto una particella: dis-. Non esiste altro socialismo contemporaneo che questo, così rozzamente accennato, con parole probabilmente sbagliate e sicuramente insufficienti. La lotta non è locale, eppure è localissima: dal traforo di una montagna deve rischiare di venire giù una coppia di continenti. La lotta deve essere ovunque nel pianeta, poiché ovunque è occidente. Il nemico di tale lotta è, anzitutto, l’interiorizzazione della tecnologia, con la quale diventa infinita la “delega di rappresentanza”: tra me e l’oggetto della mia azione si frappone un’infinitudine che diciamo: “macchina”. La macchina è immateriale e materiale al contempo, così come l’interiore è al contempo l’esteriore. Il materialista era da sempre e per sempre la stessa cosa dello spiritualista, ma per più di un secolo entrambi hanno fatto finta di non essere la stessa persona. Per interiorizzazione della tecnologia intendo: l’assunzione di un paradigma dell’interpretazione del mondo che dà l’inorganico, divenuto capace di “capire”, quale destino, inflessibilmente già presente, nemmeno più un destino (del resto “destino” è un protocollo alienante da subito: l’ineluttabilità come norma, la deresponsabilizzazione rispetto al tempo). Non un destino: un presente già realizzato – ecco il lascito di un’epoca appena conclusasi, che fu quella dello Spettacolo. Chi oggi pensasse che ancora si vive nello Spettacolo è un inavvertito nel migliore dei casi, nel peggiore è un irresponsabile o un malizioso. Bisogna studiare, tutto, essere responsabili del momento. Oppure fidarsi di chi è capace di studiare laddove le nostre capacità non giungono. L’ineluttabilità dice che l’inorganico è più efficiente dell’organico. Bisogna combattere tutto ciò: l’idea di ineluttabilità (rovesciandola così: è ineluttabile che le popolazioni unite conquistino il compimento dei diritti), quella di efficienza (che va irrisa e smontata di continuo, a ogni occasione si presenti) e, infine, quella di organico e inorganico. Questo ultimo è il passo più difficile da compiere per quel fenomeno di massa che è il fenomeno umano, poiché distinguere e unificare inorganico e inorganico è questa ineffabilità imprendibile: la coscienza. La coscienza non è la psiche, è la materia, è dappertutto, essa è simile al dormire. Un atomo “sente che è”, una pietra “sente che è”, un cerbiatto “sente che è”, Giuseppe Genna “sente che è”. E’ questa l’unica radice, formidabilmente inalienabile, di ciò che intendo per comunismo. L’empatia si appoggia al “sentire che si è”, senza la coscienza non c’è empatia. La coscienza non è la consapevolezza, ma la consapevolezza è fatta di coscienza.
La ricapitolazione della storia nella coscienza è la sostanza dell’epoca che stiamo vivendo, epoca di altissima alienazione, quindi di altissima chance.
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