Una poesia del 1913 di Georg Trakl, con commento di Ervino Pocar
AL FANCIULLO ELIS
Quando il merlo nel nero bosco chiama, Elis
questo è il tuo tramonto.
Le tue labbra trincano la frescura della azzurra sorgente.
Lascia, quando la tua fronte lieve sanguina,
le antiche leggende
e l’oscuro significato del volo degli uccelli.
Ma tu con tenui passi entri nella notte
piena di tralci purpurei
e tu più bello muovi le braccia nell’azzurro.
Un roveto risuona
dove sono i tuoi occhi lunari.
Oh, da quanto tempo, Elis, sei morto!
Il tuo corpo è un giacinto
in cui un monaco immerge le ceree dita.
Una nera caverna è il nostro silenzio.
Ne fuoriesce talvolta un mite animale
lungamente abbassa le pesanti palpebre.
Sulle tue tempie sgocciola nera rugiada,
L’ultimo oro delle tramontate stelle.
*
Prima di tutto: chi è questo Elis? È un ragazzo che simboleggia il mondo innocente dell’infanzia, rapito da morte prematura. Un critico (Eduard Lachmann) ha creduto di risolvere il quesito ricorrendo all’ebraico. El significa Dio, ish uomo, uomo-Dio, figlio di Dio. Può darsi che Trakl avesse qualche cognizione di ebraico in seguito alla sua amicizia con ebrei (come lo scrittore Karl Kraus e la poetessa Lasker-Schuler). Ma l’interpretazione sembra troppo audace. Altri pensano che la fonte siano gli Elisi, il paradiso pagano. Può darsi.
Il nome di Elis ricorre in uno dei racconti di E.T.A. Hoffmann (“La miniera di Falau”) e nel dramma omonimo di Hoffmannsthal che da quel racconto fu ispirato.
Il canto comincia col richiamo del merlo, l’uccello dalle piume nere, l’uccello che annuncia la morte. Elis è morto, ahimè, da tanto tempo.
Il poeta esorta ad abbandonare le antiche leggende e gli interpreti del volo degli uccelli: forse gli aùguri romani che dai voli divinavano l’avvenire.
Lo stesso Trakl amava seguire nell’aria le linee tracciate dal volo dei pennuti, linee oscure e inspiegabili. Se anche sono segnalazioni, l’uomo non le sa interpretare. Ricordiamo in “Mirabell”: Passa uno stormo d’uccelli; in “Autunno trasfigurato”: S’ode un addio d’uccelli in viaggio; in “D’autunno”: Dicon gli uccelli favole remote; in “Helian”: gli occhi tondi seguono un volo d’uccelli; in “Riva alla palude”: passa uno stormo d’uccelli selvatici, ecc. Ma Novalis era del parere che un giorno l’uomo ci sarebbe arrivato. Vien fatto di pensare che anche Thomas Mann. Nelle prime pagine del “Doctor Faustus” Jonathan Leverkuhn, dopo aver descritto i segni che appaiono sui gusci di certe conchiglie, una specie di scrittura indecifrabile, conchiude con l’ammettere che «non si arriverà mai a sviscerare il significato di queste impronte», e aggiunge che un significato lo devono pur avere: «Nessuno mi darà ad intendere che la natura abbia dipinto sul guscio delle sue creature queste cifre – delle quali ci manca la chiave – per mero scopo ornamentale… Non mi si venga a dire che qui non si comunica niente!».
Il tema di un’altra poesia (Elis) è ancora il giovane scomparso, ma con maggiore distacco. Il suo cuore ha lasciato la terra, è una barca d’oro che dondola nel cielo. «Apoteosi della perfezione» commenta Albrecht Weber. Siamo infatti in un’aurea giornata. Aureo (d’oro) è il colore che simboleggia una perfezione («autunno d’oro, nuvola d’oro, barca d’oro»). Mentre argenteo (d’argento) è un colore che intensifica il bianco («l’argenteo viso, la mano d’argento, le palpebre argentee»; ma anche «la voce argentina del vento, il passo d’argento»). Weber continua: «Nella seconda parte il poeta non rivolge più a lui la parola, ne parla in terza persona. Col termine dell’aurea giornata (il giorno della vita di Elis) la distanza aumenta. Mentre la sua testa ricade nel buio della notte (nero guanciale), il suo corpo diventa uno strumento (il cariglione) che suona… E se alla fine della prima poesia la bocca d’oro del cuore dondola nel cielo solitario, alla fine della seconda il vento solitario risponde dallo spazio cosmico…».
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