December 07, 2014 at 06:47PM


Nel 2000 ero così. Qui mi trovavo sulla terrazza in tek di Clarence, quando Clarence stava nella centrale via Torino a Milano. Quel golf si era salvato dalle tarme feroci dell’alloggio popolare Aler in cui avevo vissuto da abusivo. In quel periodo vivevo in viale Sabotino, ivi ambientandovi l’abitazione del vuoto protagonista di strani thriller. Io lo so che quello per me era un periodo felicissimo, si lavorava da iddii, era bellissimo. L’amore era distante quattro o cinque pack. Avevo amici, esistevano i testi, c’era molto da arrabbiarsi e meno pappagorgia. Sembra a me che fosse vite addietro, molte. Incredibilmente andavo in giro con una Guzzi 350. So benissimo cosa mi mancava, così come so perfettamente cosa mi manca ora. Ogni carta è bruciata, anche la carta era chimica. Mi muovevo con poca circospezione, ora mi muovo con maggiore indifferenza. Allora, come oggi, le vacanze natalizie non lo sono, devo sempre scrivere un libro da consegnare sempre il 7 gennaio di qualunque anno sempre. Mi aggiro solitario per la città, a volte in motorino, a volte muovendomi nel gelo e nel fumo della sigaretta che tengo tra le dita con la stessa postura del braccio di mio padre. Vorticante il passaggio nell’aria come traforassi fuoco incolore: mi conduce sempre dove non so e sento sopportazione. Gli amici hanno distaccato da se stessi immagini, facendole incendiare dagli anni! I corpi consunti o gonfiati, l’entusiasmo delle persone nuove, che sorridono alle grammatiche intense, soltanto loro le conoscono. Una poesia non è più una poesia. Dove è ciò che determina? Gli atteggiamenti degli scrittori mi schifano, riesco oramai a non pensarci. Finalmente sono esplosi gli schermi, non c’è più lo schermo. In questa nebulosa, in questa nebbia, io vado e mi sento un po’ patetico. Il cellulare è muto, l’amico stamattina mi osservava nella sua stupefazione, lo ascoltavo: c’era un discorso dietro il discorso, e un discorso ancora dietro i discorsi… Le mani non si screpolano, nonostante il freddo. Come ridevo impiantandomi i pomeriggi in quella terrazza fatta in tek! E la sponda del letto verso l’una di notte e quel lenzuolo blu altro non erano che la riva nera, dove affondo. Che cosa è interdetto? Perché? Questa stupefazione che osservo, che ascolto, da anni, come se si tratteggiasse un destino davvero minimo, secondario, a me che odio l’idea del destino, questa panacea per ogni responsabilità rigettata, fuggita, elusa… E già mi attende la barista cinese, già avverto il selciato irregolare in via Ripamonti, umido, il pavè sconnesso, le poche auto, una luminaria che dà pena, solitario, la sigaretta, questo semibuio milanese preserale, rotto dai lampioni a led, pensando a niente, a nessuno, sempre, ecco: sto già incamminandomi…

da Facebook http://on.fb.me/12Azqmf


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