Sia lode ad Alessandro Bergonzoni

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Vorrei dire qualcosa su Alessandro Bergonzoni. A mio parere, all’altezza di questo tempo e alla bassezza di questo luogo, Alessandro Bergonzoni è uno dei pochi artisti italiani autentici, cioè completi, totali, irriducibili, radicali, migratori, libertari, capaci di stare perennemente nella sostanza che, millenni addietro, indurita e sagomata, veniva detta: mito. Alessandro Bergonzoni è il mito in azione e lo è in quanto la sua inafferrabilità è in grado di rappresentare tutto, quindi anche il potenziale, che rappresentazione non avrebbe in linea di principio: ma Alessandro Bergonzoni proprio questo fa: annullare la linea, assalire il principio. Sono tra i primi a ridere, quando Alessandro Bergonzoni sembra assestarsi in una posizione teatrale, schierando se stesso per apparentemente farci ridere. Questa sembianza è il principio di un assassinio: di Alessandro Bergonzoni nei confronti di Alessandro e di Bergonzoni, ma anche di lui nei confronti di noi. Noi si muore, sempre, continuamente e Alessandro Bergonzoni è una delle rare occasioni che il presente concede dal vivo per accorgersi di questo: continuiamo a morire. Continuando a morire, siamo viventi. Io mi ricordo quando, un pomeriggio nella luce preserale di quel latte cagliato male che è il crepuscolo milanese, avevo acceso lo schermo a cotillon, tutto sberluccicante, con l’idrovora mentale che ha nome Maurizio Costanzo a presentare un ragazzone coi capelli corti e una faccia da Mauro Di Francesco buono, un Mauro Di Francesco eroico, un evidente intimidito smontatore di tutto il meccanismo, di ogni meccanismo. Era una domenica imprecisata del 1988, mi occupavo poco di me stesso e molto di poesia. Quel ragazzo inizia ad aprire bocca. E’ il momento in cui il protagonista di “Amerika” di Kafka accosta l’orecchio al telefono e ascolta sibili e presenze foniche che sono in sé un’angelologia. Quei sibili e quel protagonista di Kafka erano Alessandro Bergonzoni. Inizialmente pensai al genio linguistico. Era un portento vivente, mentre Wittgenstein era per me un portento morto. Si mangiava, a mio modo di vedere e di ascoltare e di sentire, i tre quarti della comunità dei poeti a lui contemporanei e scriventi in lingua nazionale italiana. Mi sfuggiva il motivo per cui non fosse famosissimo in qualità di poeta (era un tempo in cui, sotto un certo aspetto, i poeti potevano essere famosissimi). Era evidentissimo che del *mondo dello spettacolo* gli fregava il giusto: gonfiava l'”io”, gli serviva a quello, a fare esplodere l'”io” come una vescicola. Il corpo sembrava sussunto da un corpo altro, pranico, non visibile a occhio nudo o vestito che fosse: sarebbe esistito Alessandro Bergonzoni senza il linguaggio? Mi parve una contraddizione drammatica e pensai che Alessandro Bergonzoni soffriva tantissimo, nell’intimo, perché stava cercando un’apertura, tortuosa e assai dolorosa, verso lo sfondamento definitivo: verso il se stesso. Quattro anni più tardi, volando sulle ali mercuriali di un amore idealizzato, riuscii a fottere ad Alessandro Bergonzoni tre esperienze: due biglietti gratis, per me e il mio amore idealizzato, del suo spettacolo “Anghingò” al Teatro Ciak in via San Gallo, in fondo a questa vietta buia con la pizzeria a piano rialzato; e un’intervista. Fottei Alessandro Bergonzoni grazie al lavoro precarissimo che svolgevo nel 1992: improbabile giornalista televisivo di una testata che definirei avant-garde, facendo parte del network Odeon tv. Prima dello spettacolo, tremavo porgendo il microfono a gelato ad Alessandro Bergonzoni. Indossavo un montgomery di un colore indefinibile, tra il verde marcio di certi tendami di velluto in casa di vedove romane nei Sessanta e il verde mimetico dell’esercito elvetico. Feci una domanda idiota, ma così idiota, che ancora mi vergogno al pensiero: chiesi ad Alessanro Bergonzoni se poteva “eccitare” padri nobili che lo ispiravano. Mi guardò come se fossi un imbecille: aveva ragione. Comunque non nominò Artaud. Risi come un ossesso con il mio amore idealizzato, per tutto il tempo in cui Alessandro Bergonzoni faceva sul palco andata e ritorno tra pianeti inventati ed epiche inaspettate. La sua lezione sembrò vertere sull’irrealismo. Chiunque rideva. C’era ben poco da ridere: nessuno di noi del pubblico percepiva che Alessandro Bergonzoni stava scorticandoci, ci levava letteralmente la pelle di dosso, sbriciolava e sfarinava il nostro scheletro. Eravamo teschi ridenti, conchiusi in una teca barocca a carattere funebre. Eravamo dei cretini. Provai a enunciare questa sensazione al mio amore idealizzato, secondo me lì colsi, nella sua incomprensione di quanto tentavo disperatamente di comunicare, che non sarei mai riuscito a ottenere l’osmosi sbagliata che ritenevo essere appunto l’amore. Più passava il tempo (passò l’amore idealizzato, passò l’amore, passò l’idealizzazione), più Alessandro Bergonzoni non passava: cresceva, immensamente. Seppi che stava male, mi dicevano: sta male. Seppi che io e Alessandro Bergonzoni ci eravamo rivolti al medesimo sciamano, un uomo distantissimo dai parametri della new age, il quale vede i morti, parla con loro, loro gli dicono se e come può curare un vivente. Incontrai Alessandro Bergonzoni quasi a vent’anni da quel capolavoro di idiozia che gli proposi in forma di domanda, nel ’92. Era il 2011 e vidi “Urge”. Gli avevo fottuto due biglietti anche stavolta. Si attendeva che andassi a trovarlo in camerino a fine spettacolo e così feci, ma insieme a me si presentò Nanni Svampa, in una forma solida e concrezionata al di là del tempo, sfingea e omaggiabile. Non potevo minimamente restare attento all’omaggio che il comico bolognese tributò al comico milanese. Ero infatti allibito, esaltato, abbattuto, crestomanziato e annichilito da quello a cui avevo assistito: la mia morte in diretta, non posso dire in tempo reale, poiché il tempo era irreale: Alessandro Bergonzoni era andato avanti minuti a cigolare, davvero: cigolava: era una specie di nenia rotta e acuta, gutturale in falsetto, non una parola, non una sillaba, verso il silenzio, minuti e minuti di oltrepassamento del mentale (se si intende il mentale come dialettico), corpo traforato, sguardo accecato per traslazione in un altrove dove la pienezza di senso è beanza, è essere, è accorgersi di tutto questo, restando vuoti, stando sempre in uno “stare per”, un’imminenza priva di forma e nome e contenuto, una pressione psichica pazzesca, intraguardabile, che si alza per intensità e diviene l’intensità stessa, prescindendo dalla fonica, dalla sonorità, puro essere lì in quel momento che diventa non più momento, ma assenza di tempo qualificabile. Avevo preso uno sberlone metafisico che, fortunatamente, più volte mi era stato dato in faccia: me lo avevano tirato artisti autentici.
Cos’è oggi il teatro in Italia? Cos’è oggi l’arte in Italia? Cos’è oggi la scrittura in Italia? E’ Alessandro Bergonzoni, perché è riuscito a fare questo, la metafisica praticata come unico veicolo, il che è la pratica della grande arte. Deve essere morto in vita, Alessandro Bergonzoni, per riuscire in quest’opera transeunte ed effimera, che è se stesso: andare oltre l'”io” per stare nel se stesso.
Oggi mi veniva da scriverlo: che volevo ringraziarlo, questo artista, che mi accompagna da una vita, da una vita spunta per farmi stare là dove nemmeno riesco a volere, dove il 1992 è il 2011 e il 2014, essendo il 1969 e la data che verrà quando verrà.

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