December 15, 2014 at 01:59PM


Yves Bonnefoy, da “Nell’insidia della soglia” (Einaudi, 1990, trad. Diana Grange Fiori)

NELL’INSIDIA DELLA SOGLIA

Urta,
urta per sempre.

Nell’insidia della soglia.

Contro la porta, sigillata,
contro la frase, vuota.
Nel ferro, ridestando
solo queste parole, il ferro.

Nel linguaggio, nero.

In colui che è qui
immobile, vegliando
sul tavolo carico
di bagliori, di segni. E che tre volte

viene chiamato, ma non si alza.

………………………………..

Nell’adunarsi, cui è mancato
il celebrabile.

Nel grano deformato,
nel vino prosciugato.

Nella mano che trattiene
una mano assente.

Nella inutilità
del rammemorare.

Nello scrivere, frettolosamente
messo al riparo, di notte

e nelle parole spente
ancor prima dell’alba.

………………………………
………………………………

Nella bocca che vuole
da un’altra bocca
il miele che nessuna estate
può maturare.

Nella nota che, bruscamente,
si fa intensa
fino a essere, glaciale,
quasi lo stretto

poi l’insistenza della
nota taciuta
che disunisce l’onda
nuda, sotto la stella.

In un riflesso di stella
su un po’ di ferro.
Nell’angoscia dei corpi
che non si trovano.

Urta, tardi.

Labbra desideranti
anche se il sangue scorre,

la mano alta in urto
ancora quando
il braccio è ormai
cenere dissipata.

……………………………….
……………………………….

Più in là del cane
entro la terra negra
urlando si avventa il passatore
verso l’altra riva.
Bocca riempita di fango,
occhi divorati,
sospingi per noi la tua barca
nella materia.
Qual fondo la pertica incontri, non sai,
né qual deriva.
Né ciò che schiariranno, rapprese nel nero,
le parole del libro.

Più in là del cane
mal ricoperto
ti avvolgono, passatore,
nel manto dei segni.
Ti parlano, ti danno
una o due chiavi, la vana
carta di un’altra terra.
Tu ascolti, già volti gli occhi
all’acqua oscura.
Tu ascolti, e ricadono,
le poche palate.

Più in là del cane
morto ieri
vogliono piantare, o passatore,
la tua fosforescenza,
le mani delle giovanette
hanno rimosso la terra
sotto lo stelo che reca
l’oro delle granigioni future.
Potrai distinguerne ancora le braccia
dalle ombre pesanti,
il seno rigonfio
sotto la tunica.
Lassù s’infiamma il ridere,
ma tu, ti allontani.
Sanguinante ti gettarono
dentro la luce.
Hai aperto gli occhi gridando
per nominare il giorno.
Ma il giorno
non è ancor detto
e già ricade
il panneggio del sangue
con grave sordo rumore
sulla luce.
Lassù il rudere s’infiamma,
rosseggia nello spessore
che si va disgregando.
Distogliti, tu,
dai fuochi della nostra riva.

Più in là del fuoco
che non divampa
è il testimonio del fuoco, l’indecifrato,
sopra un letto di foglie.
Visi a noi volti,
lettori di segni,
qual d’altro viso il vento
non udito
le farà stormire?
Quali mani esitando
E come scoprendo
prenderanno, sfoglieranno
l’ombra delle pagine?
Quali mani, meditando,
e quasi
avendo trovato?

………………………………..

Oh chìnati, rassicura,
nube
di sorriso movente
in viso chiaro.
Per chi contro la riva
ebbe freddo
sii la figlia del Faraone
e le sue ancelle.

Quelle la cui acqua, ancor
prima dell’alba,
riflette inversa
la stoffa rossa.

……………………………..

E come una mano spartisce,
sul tavolo, il loglio oscuro
dal grano che va germinando

e sull’acqua del legno nero
nell’attecchire si sdoppia
di un riflesso, ove il senso
d’un subito si forma,

accogli, per il sonno
nel tuo dire,
le nostre parole che il vento crivella
di raffiche.

………………………………
………………………………

“Sei forse venuto per bere questo vino,
io non ti permetto di berlo.
Sei forse venuto per apprendere questo pane
Oscuro, bruciato a un fuoco di promessa,
io non ti concederò di dargli luce.
Sei forse venuto soltanto
affinché l’acqua ti plachi, un po’ d’acqua tiepida, bevuta
dopo altre labbra nel cuor della notte,
tra il letto sfatto e la terra semplice,
io non ti concedo di toccare il bicchiere.
Sei venuto affinché alto splende l’infante
sulla fiamma che lo suggella
nell’immortalità dell’ora di aprile
in cui può ridere, e tu, dove si posa l’uccello
nell’ora che lo accoglie e non ha nome,
io non ti concedo di innalzare le mani sull’àrola dove regno io, chiaro.

Sei venuto,
io non ti concederò di farti avanti.
Tu chiedi, forse,
io non ti concedo di sapere il nome formulato dalle tue stesse labbra”.

………………………………………………

Più in là delle pietre
che l’operaio ritto sul muro svelle
tardi, la notte.

Più in là del fianco rugginoso del corvo
che imprime la nebbia
e passa nel sogno dando uno strido
colmo di terra nera.

Più in là dell’estate
spaccata dalla vanga,
più in là del grido
in un altro sogno,

gridando s’avventa colui
che ci rappresenta,
ombra della speranza
sopra l’origine,

e la sola unità, quel movimento
del corpo all’improvviso, quando
buttato con tutto il peso sulla pertica,
di noi si smemora.

…………………………………………

Noi, la voce che il vento di parole
sbaraglia.
Noi, opera lacerata
dal loro mulinare.
Poi che se muovo a te, che hai parlato,
scrosci, macerie,
echi, la sala è vuota.
Un “altro” dunque è il richiamo
che mi risponde, oppure
io stesso, ancora?
E sotto la volta dell’eco, molteplice
sono io forse nient’altro
che una delle sue frecce, scagliata
contro le cose?

Noi
tra i rumori,
uno di essi,
noi.

Mentre si stacca dalla parete che frana
e s’incava e si svasa
di sé svuotandosi,
imporporandosi,
enfiandosi
d’una lontana plenitudine.

…………………………………………

Guarda il torrente,
gridando si getta nell’estate deserta
eppure, immoto,
è cavalli impennati,
è cieco volto.
Ascolta,
l’eco non è intorno al rumore,
è nel rumore
come suo baratro.
Le scogliere del rumore,
i vortici in cui le acque s’infrangono,
la sassífraga
si strappano dai tuoi occhi
con un grido
finale, d’aquila.
Dove s’urta di petto la voce dell’acqua,
tu non puoi intenderlo,
ma làsciati trasportare, occhio abbagliato,
dall’ala roca.

Noi
alla sorgente del rumore,
noi
portàti.

Noi, sì, quando il torrente
con mani infrante
butta, riprende, rotola
l’assoluto
delle pietre.

All’apice del volo
il predatore, stridendo,
su di sé si ricurva, e si dilania.
Dal seno che il becco oscuro separa
schizza il vuoto.
All’apice del dire è ancora il rumore,
nell’opera
l’ondata di fondo di un rumore secondo.
Ma all’apice del rumore
la luce è mutata.

…………………………………………

Tutto il visibile, infermo,
di sé si cancella,
brace ove passa il richiamo
di altre campagne.

E in pace è la folgore
al di sopra degli alberi,
seno ove in sogno si muovono
sonno e morte,

e “un colore” brucia
la notte del mondo
come si dispiega nell’acqua nera
una stoffa dipinta

quando a un tratto l’immagine
divide il flusso, gridando
il seme, il fuoco,
contro una pertica.

…………………………………….

Ora
sottratta dalla somma, ormai.
Presenza che morte
più non inganna. Lampada
che in silenzio si inginocchia
e brucia
malmenata, deviata
dalla notte senza cima.

Ti ascolto vibrare
nel niente dell’opera
che va faticosamente per il mondo.
Sento lo scalpiccio
dei richiami
che a sola pastura
hanno la lampada accesa.
Afferro a manciate la terra
in questo svasarsi tra pareti lisce
dove fondo non è
innanzi l’alba.
Ti ascolto, prendo tutta la terra
nel tuo paniere di corda. Fuori,
è ancor tempo di dolore
prima dell’immagine.
Nella mano del fuori, chiusa,
comincia a germinare il grano
delle cose del mondo.

……………………………………
……………………………………

Il passatore
che con la pertica, meditante,
tocca la tua spalla
e tu, colui che ormai la notte copre
quando la pertica cerca, ma invano,
il fondo del fiume.

Quale mai è. Qual mai si perderà,
chi può sperare, chi promettere?
Chino sull’acqua, guarda
Come sta affiorando
Tutto un viso, così

Come attecchisce un fuoco, al riflesso
della tua spalla.

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