Cesare Greppi è uno dei migliori poeti contemporanei italiani, definitivamente impostosi tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio dei Novanta con “Supplementi alle ore del giorno e della notte” (edito da Guanda nel 1989) e “Corona” (L’Arzanà, 1991: da questa raccolta provengono le poesie qui di seguito pubblicate), a cui è seguito lo splendido “Camera selvatica” (Interlinea, 2005). Inesplicabilmente trascurato dalle collane poetiche dei grandi editori, vive e opera appartato, il che non toglie che chi sia appassionato ed esperto di contemporanei non possa non attraversare i suoi versi, l’aria ozonata e limbica e perturbante della sua poesia: un calor bianco, una ineffabilità che è sempre prossima alla dizione e al significato, ma che non si permette di varcare la soglia incerta della formulabilità, dell’algoritmo linguistico, della chiusura di senso: permane pendula, ma ugualmente rigorosa e a tratti dittoria, nel margine incerto e sempre mobile tra il pieno e l’abisso, tra l’oggetto certificabile e il fantasma, tra emozione e disvelamento, tra storia ed epifania. Un sentimento della lingua svuotato da ogni posizione egoica, quindi lirica, produce forme in forma di cristalli di acqua, trascendendo le retoriche abituali, attestandosi in una posizione di possibilità continua, tra il sì e il no, tra nitore e cecità. E’ una poesia dura e spigolosa che, nella tradizione italiana, incarna una posizione modernista e al contempo postmodernista, a seconda delle prospettive storiche da cui la si guarda, e continua a esercitare il suo regime psichico anche oltre queste due già sbiadite etichettature, colocando il canone nella dimenticanza che trascende il canone stesso, avendone fatto piena e profonda esperienza. Queste scritture, che in prosa hanno costituito il nerbo incarbonito del Novecento, facendo baluginare l’incendio attraverso figure dello svuotamento, da Walser a Kafka a Beckett a Burroughs, sono l’avanguardia del sentimento attualmente contemporaneo: prefigurazioni di poetiche che scintillano al di là dei bastioni che la legittimazione erige a difesa di una certezza illusoria, di una facilità della ricezione: tanto quanto la legittimazione circoscrive, portano l’assedio queste scritture, prosatiche o poetiche secondo i gradi differenti di condensazione linguistica e immaginale; ed è un assedio condotto con l’apparenza di una timidezza assoluta, di una delicatezza che è, a conti fatti letale. Come quella che è divenuta la performance vuota di Robert Walser: lo spettacolo della sua morte nella neve, che è la stessa cosa della sua minutissima scrittura nei microgrammi ancora inediti. Walser come immagine della poesia di Greppi è adeguata: si spiega così la fotografia qui pubblicata, molto definita, del corpo morto di questo grande scrittore elvetico, fuoriuscito da ogni attualità letteraria, apparentemente autoconfinatosi nel regno edenico e ineffato delle potenzialità pure, e in realtà trafittore e vincitore di quello che il suo lettore Franz Kafka chiamava “estremo limite umano”.
*
Mentre cammina il vincitore,
una nuvolaglia rosa,
verde fiorente intorno,
ma se fossi corpo
voce non diceva
Inni dal breve piede,
segreta la strada,
segreto quando
insieme accadeva.
*
Una volpe si piega su una
sua ferita e un tonfo
improvviso come nessuna
cosa improvvisa la sazia,
lo sai?
Al riparare di una volpe,
il cuore mi va vicino,
a riva somiglia e, benda,
carni custodisce.
*
Ormai invisibili
acque e rigogli
urtandomi furono
consolazione,
e il salto dell’alba
nella primissima
volta spavalda.
*
Accavallando luoghi,
stridono da giorni,
giorni più gentili,
da che stridono.
Questo è l’incanto?
Sì. E’ la fronte e la lingua
narrata e chiarita.
Uccelli, qui è tutto
cibo sparso!
*
Oh chi
vide uno stormo fra porpora
e fosca lana e lo chiamò
beata causa finale
d’ogni risveglio e poi
fu la volta del vestito!
*
Vive riversandosi e tanto
velocemente le vocali
vie, mi chiamerei
erma
Perché salvarmi
da questa pioggia
io sola costanza
buia docilità?
*
Ecco, quand’ero
una bambina che comincia
dai piedi ai capelli
una mattina nei paraggi,
con una cintura che mette,
le mille volte,
per qualche mese,
e scioglie,
dalla bella andatura,
aperta matassa.
*
Chiedi
di quest’olio luminoso:
avevamo mille posti, grandi
e veramente, veramente
lapidari e per tenerli
e per oltrepassarli
si fecero fuochi e salve!
*
Vedevamo tutto
distintamente sonnecchiare,
la migliore e la più alta
parte, l’occhiaia,
semplicissima montagna.
E anzi: oh noi
l’affideremo quieta là
all’appiccicato, al latte
celeste, schiusa!
*
Dai freddissimi inverni
e dal battere dei denti:
Non ha ceduto l’alto
buio ma spontaneamente
si fa toccare col piede:
un isolotto,
un ginocchio,
o una grossa nocca.
*
Panico delle misteriose brevità:
stanno battendo in seno
le strade, le foreste
e la
La rotonda mattina lo vede,
che batte non è la terra,
è smania,
svogliatezza e smania
E pesa il raccolto
che mattina regala.
Giuditta aveva fronde
intorno alla sua testa e le scostava.
*
Posso stare più vicina,
quatta, ardimentosa,
forse come un’alce,
per il silenzio
Posso indicare: pietra,
aperta pietra,
detta ogni mattina,
angolosa com’è,
squillante.
*
Gioia parla pochissimo
Di no,
di gocce, di bacche di no
risuona la sua lucida
caverna
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