In immagine: Anselm Kiefer, “The Secret Life of Plants (for Robert Fludd)”, 1987-2014.
E’ scomoda e vorace questa sensazione di: non essere visto. Inoltrarmi, andare, recarmi, ritornare solitario nella città fumigosa, invernale, disadattata dai microcristalli del ghiaccio, neve e lampi e sempre io, sempre io. Lei è che non vede: questo è Lei. E che cosa sia poi essere visto. Che cosa sia congedo, corona, fatuazione.
Che cosa sia sapere con certezza e non potere dire, essere murato, la gola stretta, soffocare soffocare…
Hölderlin in “Hyperion”:
“Io, l’antipatia di tutti i ciechi e di tutti gli storpi e tuttavia per me stesso troppo cieco e troppo storpio a mia volta a me stesso, anzi, così profondamente molesto in tutto ciò che, anche solo da lontano, mi rende affine ai troppo saggi e ai sofisti, ai barbari e ai belli spiriti e così pieno di speranza, così pieno dell’esclusiva aspirazione a una vita più bella…”
Celan in “La rosa di nessuno”:
Dentro gli occhi smarriti – leggi:
le orbite astrali, e del cuore, il bel
vorticoso Invano.
Le morti e tutto ciò
che ne venne. Delle generazioni
la catena, che
qui giace sepolta
e qui ancora pende, nell’etere,
sfiorando abissi. Di tutti
i volti la scrittura, in cui
si conficcò, sabbia sibilante, la parola – infime
eternità, sillabe.
Tutto
ebbe ali, anche
ciò che più pesa, nulla
che trattenesse.
Scrisse Seneca a Lucilio:
“Le belve evitano i pericoli che vedono e, una volta schivatili, si sentono al sicuro: noi ci tormentiamo e per il futuro e per il passato. Molte nostre prerogative ci nuocciono; la memoria rinnova l’angoscia della paura, il prevedere il futuro ce l’anticipa; nessuno è infelice solo per il presente. Stammi bene.”
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