Mentre lavoro al saggio sul lavoro neopsicologico e coscienziale, la concentrazione è tale che mi distraggo spesso, cerco di fuggire dalla scrittura, è come se prendessi ossigeno disperatamente, affogo. Nel distrarmi, osservo che emergono frammenti di ricordo, scagliatimi addosso dall’interiore a velocità e impatto pazzeschi. Poi è difficile distrarsi davvero, perché questi ricordi sono quasi colloidali, restano appiccicati addosso nell’interiorità quotidiana, e adesso sono centinaia, sto scrivendo da tre o quattro giorni e sono centinaia di scorie mnemoniche. Forse è essesdo collosi che si scioglieranno. Uno di questi tratti di ricordo sintetizza moltissime sessioni terapeutiche di un protocollo neopsicologico, a cui mi sottoposi per anni. Ci si muoveva lì, insieme a un’altra persona, sotto un occhio meccanico che registrava tutte le variabili comportamentali. A volte ci si muoveva da soli, a volte insieme, altre volte si stava fermi a guardare l’altra persona muoversi. A volte il movimento avveniva in silenzio, più spesso su tappeti sonori reiterati per centinaia di volte. Non si trattava quasi mai di segmenti musicali cantati in italiano, immagino per via della comprensione cognitiva che sarebbe stata attivata dalla lingua. Fui costretto a ripetere e ripetere e ripetere con infinite variazioni il movimento (una roba che sembrava certo tai-chi) su due pezzi italiani: questa cover di Battiato e un cosa dove cantava anche Battiato insieme a un altro. Siccome sono stato trafitto da una gragnuola di schegge di memoria, riascolto quella cover da “La chanson des vieux amants” di Jacques Brel.
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