December 30, 2014 at 02:08PM


Nel 1992 disponevo di un telefono cellulare: era una valigetta nera, con una cornetta da fisso, molto pesante e scomodo, mi aggiravo per Milano con la tipa, che ne era terrorizzata. Ai tempi svolgevo un lavoro giornalistico per una testata televisiva più grottesca che ridicola, e dovevo garantire una reperibilità 24/7. Ovunque andassi, ovunque fossi, ovunque, dovevo portarmi dietro questo cassonetto per la raccolta differenziata della mia attenzione. Quel telefono mi guardava. Non ho mai avuto difficoltà a sperimentare, tutto tranne certi allucinogeni e certe sessualità, ma quel telefono andava oltre la sperimentabilità: era patentemente un allucinogeno e una sessualità. Mi pareva l’embloema di un tempo a venire, che dal mio tempo di allora appariva allucinogeno e sessuale. Quel portatile così difficoltoso da portare esigeva una fatica, che droghe e sessualità occultano in forma di piacere. Chi mi contattava era un emissario di Emilio Fede e di “Studio Aperto”, telegiornale storico di Italia 1. Esprimeva i propri desiderata in forma imperativa, secca, afona, catatonica. Il suo ecumenismo era sonoro, era la sua specificità. Un cattolicesimo fonico (la comunicazione, il trillo, l’attesa nello spazio di rumore bianco, le discussioni con la tipa che aborriva quella comunicazione pressante, missionaria) irradiava da un apparecchio che sarebbe stato inerte, ma era addivenuto a uno stato di magnetismo e, quindi, di mesmerismo e, quindi, a una condizione spirituale: una spiritualità della materia, una spiritualità giornalistica, una spiritualità del tempo che manca, del tempo libero che si fece schiavo e mi si ribaltò in ondata anomala, prevedibile ma inevitabile come qualunque fatalità: un’opera umana a favore delle cose, per esternalizzarsi e per divenire in qualche modo sacerdotale. Il telefono non portatile del 1992 era un’eventualità storica, si tramutava in un’eternità psichica, sembrava di uscire da se stessi per immettersi in un’etere, se non visibile, almeno auditivo: ronzava, mi allarmava… Le sue funzioni erano templari: c’era un pontefice vocale che regnava con gossip e sottocultura, sotto quell’aggeggio nero, cuoiato nero, plasticato a satinatura grigio canna di fucile. Giravo armato, mi percepivo come una forza dell’ordine vagante: un’ordine universale, ma al momento soltanto casuale e topico, però pronto a farsi norma sociale, disposto a intossicare l’aere con il suo fascismo pragmatico, con la sua insolenza a chissà quanti hertz. Quella tastiera dura, ma morbida, non confliggeva soltanto con le ghiere dei telefoni immobili, con lo zigrinio sonoro dei morse, dei fili, dei silenzi che avevano murato epoche immani, che lo precedevano temporalmente eppure già ne annunciavano il successo, il debordare sociale, la capacità di dissolvere il testo, i contratti, il lavorio umano che è all’opera instancabilmente sulla crosta corrugata del pianeta… La sua comodità era scomoda, il linguaggio che imponeva era povero, la sua semantica era a zero, l’emotività si irrigidiva e stabilizzava in un’insensibilità glaciale, il volto marmozziato in un amimismo da statua di carne. La metafisica della statua trionfava con il mobile, con la pervasività e l’ubiquità, la diffusione e l’atmosfera. L’atmosfera prediligeva una forma di sostituzione della democrazia con il clima, misurabile in gradazioni di intensità umidità rapidità e raggiungimento delle superfici. Il gossip irradiava come il precellulare, l’osmosi apparente era appunto un’apparenza, poiché la sostanza era la medesima. L’automatismo del clima annullava il peso della responsabilità, di ogni delega, di ogni rappresentanza. Il secolo reagiva con l’orrore pallido e deformativo che si stampava sul volto della tipa, quando esaminava con volatile gravità quell’oggetto attivo, azionabile e, quindi, azionato. Lo strumento era un grano di senape nella terra dell’umano: effersceva, germogliava, frizzava, esfoliava, spaccava il suolo, fruttificava nell’immensità del cielo, diventava esso stesso cielo…
Così, privo di amore, nella pena, penoso, penalizzato, in una penuria appena appena penitenziale, pentendomi, sempre pentendomi, dispnoico, in ipnosi e pensiero, esibivo le mie insufficienze che sarebbero state, decenni dopo, le medesime?
Luce su questo stato.

da Facebook http://on.fb.me/1y3HhH2


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