“Fa’ il dialogo dell’accreditamento”
“e il colloquio della semina andata, della prossima”
“creazione di te senza creare niente”
“La posizione del sofferente non si addice e continui a praticarla, il tuo pauperismo esistenziale è stonato, riempi il vuoto con un linguaggio, orpellato, enfatico, clamoroso, ma il tuo sguardo scruta in un silenzio che induce distanza e affetto”.
“Un conto è vedere, un conto è sentire”.
“L’istante in cui il tuo corpo si ricompone e si trascende è molto prosaico per te, ma è un’effettività, allora non hai più parole da pronunciare, non c’è pronuncia, ma consistenza, la questione dell’adeguatezza è obliata in una fantasia creatrice che riposa. L’attivazione è una stanchezza per te, la stanchezza è il tuo grande maestro”.
“Il mondo idrovora e tritacarne, per via della memoria e del suo correlato, l’apparente coerenza, esprime tutto il controllo che abbisogno. Per questo ricordo formidabilmente”.
“E questa immagine che non ti abbandona, bianca nel buio, vive di una universalità tutta sua, è un modo per esternalizzarti e convalidare una conoscenza imperfetta, che ti fa penare”.
“Ogni ricordo è andato a zero, in realtà, nella realtà. Ricordo una motoretta nel gelo, nella nebbia, sulla Rivoltana, o le mani ferme e calde del padre di una fidanzata guidare di là, certo silenzio stupito, la televisione nella penombra pomeridiana che debordava con le scene dell’Olimpiade spagnola, gare e gare e nomi senza ricordare”.
“Poiché la questione è l’attenzione e null’altra e l’attenzione ti affatica, pare un lavoro, tutta la natura pare un lavoro, tuo, quasi ne fossi il creatore”.
“Demiurgo di una pasta immaginale e sensitiva, che sia la carne o il sentimento o la miscellanea di elementi che fa la vita vivente e tumulo tutto, tutto, in un silenzio complice di un’accusa, reiterata in tribunale, interno, acclarato che esisto in una forma, mi muovo tra esistenti, solitario, tento il centro della desolazione”.
“Credi forse che un mutamento condurrà a una condizione orfana di fatica? La tua renitenza sarebbe sorprendente, se non fosse vana, quanto vano è il conato di fame o di amore. La monade monastica è questo trucco semifinale, che tu, animale, detesti e attui in una continua ipotesi di resistenza al mondo”.
“E commutavo il pensiero con la ragione datami dal consesso, sempre negata, disperando con iracondia e bene, traboccando, sempre, in emanazione, una coppa, uno strapiombo, una veridicità”.
“Devi trasformarti in quanto non è nato, non nasce più”.
“Ogni attenzione esige un’esperienza: chi verrà a reclamare tutto questo importo, questa acquisizione, questo dissesto dei suoli e dei cieli, questa indagine”.
“La maturazione impone tempo e io appartengo a quale tempo”.
“Si approdò alla domanda, quindi alla testimonianza. E ora?”
“Una spalla, bianca nel buio, da sfiorare con un tocco intimo e totalizzante, un frammento, una scheggia, qualcosa di colloidale, lo stato che è seguito ai defunti, niente è spento: un incendio è ancora in vigore”.
“Cosa alimenta il fuoco?”
“Il fuoco stesso”.
“Ecco: si estingue”.
“Quindi giungevo alle nozze e, morto il figlio, respiravamo assieme distendendo tra le lavande il lenzuolo sudato su cui moriva, in un’aria nuova, celeste e bianca, come se non avessimo più sagoma, vento in un vento, le lenzuola bianche all’aria svendolando verso alberi da pomo e le striature in cielo: terra, acqua, vapore, freddo buono, resistenza, spettro immaginato, coltre della vista, nitido e crebbe”
“questo: sentimento nitido, vista che vede la vista, luce illumina la luce”
“la divorò nel tempo un tempo”
“crepitando i fuochi la sera sul fiume, nero nel gelo la bruma ha traforato”
“senza immagina di sé scorrono le cose”
“senza no, senza re”
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