January 03, 2015 at 10:09AM


Alcuni frammenti da “Assalto a un tempo devastato e vile”, versione 3.0, edito da minimum fax:

Tempo, prima, anni fa, mi ritrovai in un monastero a lavorare, nel silenzio che la meditazione porta a zero mai sfiorati prima, con un uomo e dovevamo scoperchiare un pozzo fognario. La copertura era cemento granulato, la maniglia metallo arrugginito e l’uomo era assai più anziano di me, nella campagna frinivano cicale verso il campo a costa del bosco verde scuro. Il cemento era bianco, il cielo molto azzurro, io sudavo. Non riuscivo a sollevare io solo quel peso e allora l’uomo anziano senza staccare la meditazione decise di afferrare la maniglia e vidi il sangue suo arrestarsi nelle dita. Sollevò il coperchio. Il pozzo era quadrato, a pareti nette e verticali. Vermi ciliati, zecche, ragni dalle zampe di pelo fulvo, insetti vorticanti e piccole bisce e sanguisughe strisciavano sulle pareti, un attaccamento biologico primitivo, buio. La luce rischiarava a fatica, si spegneva in una zona di ulteriore oscurità. L’uomo indossò i guanti, me ne porse un paio. Ero, io, terrorizzato, senza meditazione nel terrore. Era necessario infilare lì le braccia e sollevare un ulteriore coperchio in metallo, più sotto, dentro il buio. Ero paralizzato dagli insetti. Io mi vergognavo di questo terrore. Non avrei infilato il braccio, vedevo i gasteropodi viscosi dove andavano. Restai in piedi al limite del pozzo. Dissi all’anziano, nella vergogna, nell’ignominia, nel pudore degenerato in viltà, dissi tutto. Io non ce la facevo. Io avevo tanta paura.
L’anziano disse: “Bene. Lo hai detto”. E ripulì lo scolo, me in silenzio in disparte sul digradare verso il muro basso bianco a secco al sole che bruciava e me e i campi, il bosco.

La storia che abbiamo vissuto è stata in un grande senza confini ventre disidentificata, deinimmaginata, in un soffio di trascendimento.

Una volta mi vidi a specchio in una vetrina e inorridii, poi vidi il vetro.

La notte che per la prima volta io stetti da te, nel letto, nella trapunta che faceva rumore di plastica, sudando, sprofondai in un sonno senza sogni acido, non pacificato. Il corpo era ghiaccio, era marmo, era non senziente, era cemento granulato. Il corpo si gonfiava, concepii il desiderio di un più solenne sacrificio. Le tue domande calme strisciavano sulle pareti estranee del mio corpo in gomma. La luce piccola sotto la cappa della cucina domestica era ocra e crepuscolo piccolo e domestico. La vergogna, la deriva di un pudore declinante in pavidità, il tremore sommesso delle pareti in sasso, inorganiche, di carbonio – io consegnavo tutto questo a te e non a parole e però mi denudavo, più che potevo tentavo la nudità. Avevo terrore, a niente servivano le pagine del libro di piombo serrato e appreso, che nessuna mano umana aprirà mai più e che vidi opera dello scultore Anselm Kiefer a Berlino.

Io non riesco a parlare, madre, se non delle cose ultime e perciò non riesco più a parlare.

Uscito da casa tua, ore 7.28 del mattino che crepa la cupola sopra Milano, fumando, verso il motorino, nella bruma poco intensa e che sa di sangue dal macello comunale molto distante, qualcosa di metallico nell’atmosfera, la mente azzerata, improvvisamente io fui invaso dal flusso di amore e mi si aprì lo sterno.
E quindi fu un panico debordante e quindi il silenzio.
La madre cura il trauma. Curato il trauma, io sono il padre.

Se un bimbo lancia un sasso in uno specchio d’acqua, lo incrina con lievi onde circolari, che cento uomini saggi non riescono a fermare.

Spogliando noi di ogni cosa, otteniamo tutto.

E’ da te venuta e ancora non arriva, arriverà?, la grande gratitudine, la somiglianza, la realtà.

Esaurimenti dei pregressi protocolli

Il Maestro non allestisce precipizi. Li è. Non è nemmeno quelli.

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