Perché nella vita ho dato tanto importanza alla letteratura? Perché ho avuto accesso. Un giorno avevo nove anni e stavo davanti al televisore inebetito. Veniva trasmesso uno di quei programmi dell’accesso che, attualmente, risultano totalmente incomunicabili a chi è nato dopo l’estinzione dei programmi dell’accesso. Si può affermare che fossero entità televisive pedagogiche in uno stile jugoslavo e rigorosamente antivisionario, col risultato di essere più visionario di ciò che è visionario (ecco come nel 1979 descrisse il tutto Aldo Grasso: “Sarà involontario, sarà casuale, sarà indiretto ma in TV non si era mai visto tanto surrealismo. Chi ha il gusto dell’humour nero, della comicità esplosiva, delle letture aberranti, ogni giorno ha un motivo di sollecitazione. Verso le sette di sera o dopo il Tg della notte va in onda un vero e proprio festival dell’autogestione, del fatelo-da-voi, del dilettante allo sbaraglio. Se uno si lascia catturare dal fascino perverso di queste trasmissioni entra in un gorgo di piaceri proibiti, di fulminanti dialoghi, di memorabili inquadrature…”). La parola era seppiata, anche se c’era il colore. Quindi io novenne guardo nei programmi dell’accesso un programma dell’accesso che è un documentario su attività didattiche e di sostegno a un gruppo di bambini afflitti da gravissimi handicap: li filmano mentre recitano a turno una poesia. Colgo il cognome “Montale”. Nei giorni successivi scateno una ricerca filologica esistenziale e militaresa, pur di reperire quel testo misterioso, storpiato nella pronuncia da difetti di pronuncia derivanti da trisomi pazzesche e lo trovo. Lo trovo e lo leggo a ciclo continuo sempre. Questa, secondo me, è *la* poesia. Inizio a scrivere poesie e non la finisco più. Poi smetto. Ecco quel testo montaliano, da “Ossi di seppia”:
Felicità raggiunta, si cammina
per te sul fil di lama.
Agli occhi sei barlume che vacilla,
al piede, teso ghiaccio che s’incrina;
e dunque non ti tocchi chi più t’ama.
Se giungi sulle anime invase
di tristezza e le schiari, il tuo mattino
e’ dolce e turbatore come i nidi delle cimase.
Ma nulla paga il pianto del bambino
a cui fugge il pallone tra le case.
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