Il rifiuto del ritorno del non rimosso mi dà pena. Poiché sto in modi molto differenti rifiutando dei ritorni (ne ho accennato qui: http://on.fb.me/1yvPyUh). La mente si agita, si esfolia, esperimenta stati di desolazione e pensa in preda a salti, i sensi di colpa la scuotono o la paralizzano – è uno sfondo emotivo che mette in moto una dialettica a me non sconosciuta: sto sbagliando?, infliggo dolore?, non sto sentendo?, non sto capendo?, dove posso fare finire me e consentire all’altro di esistere?, da cosa mi difendo?, non sono capace di empatia?, è un incubo? E’ colpa mia? E’ colpa mia di adesso o mia di anni addietro? Sto sbagliando ora oppure ho sbagliato allora? Sono quindi scosso, pensieri a stormi mi accompagnano e aggrediscono di istante in istante, vaste e forti folate emotive agitano me. La navicella del mio ingegno è sensibile a queste perturbazioni. Rileggo il saggio che sto scrivendo: è così incompleto e insufficiente… Cosa sono queste duecentoventimila battute di sintesi dell’impossibile e di idiosincrasia linguistica? Come si può esporre ciò che permette la funzionalità, prescindendo dalla spiegazione della funzionalità stessa e comprimendola nell’individuazione e nell’esposizione di punti fissi che esulano dall’argomentazione e non sono sistematici? Come posso permettermi di non fondare nulla? Qualunque cosa faccio, in queste ore, mi dà la vaga vertigine a cui espone qualunque esperienza del vuoto e della mancanza di appoggio. Sono fatti miei, è vero. Potrebbero essere masturbazioni mentali, ma per quanto riguarda me non lo sono. C’è un languore sfinito che concede l’attesa di ciò che verrà? Sì, ma è a rischio di finire sempre, in ogni momento: è un’esperienza immaginaria, che si alimenta di una porzione di realtà del tutto fantasmatica e non ottiene alcuna smentita definitiva, così come non sortisce alcuna concessione effettiva: rimane sospesa ed è pure priva di rapporti con ciò che è alla mano e accade davvero. Il corpo sembra contorcersi, davanti a questo silenzio che smentisce a priori ogni promessa, poiché la promessa non è formulata dall’altro, il quale vive la sua vita, distante dalle proiezioni. Al contrario, i ritorni in una nuova forma di chi ritorna comminano un principio di realtà durissimo, davanti al quale si scatenano certamente altri fantasmi, ma soprattutto alcune ineluttabilità. Posso limitare questi ritorni, in modi diversi: faccio calare silenzio oppure avverto impotenza oppure sento un principio di male coincidere con quanto agisco oppure non posso proprio respingere un bel niente: in uno dei casi la biologia dice che non posso sottrarmi a questa nuova forma in cui va a situarsi e che incarna chi ritorna – posso soltanto assistere, acconsentire, imboccare il tunnel di una speranza che è fantasma esso stesso. Questo fantasma mi guarda. Non erano “sempre due i ritorni, sempre due”: erano tre: uno l’ho ignorato; uno non ho potuto e non volevo ignorarlo e mi sono esposto, per poi ritrarmi in una forma poliziesca che detesto e mi dà nausea, causando dolore in chi è tornato; un terzo non posso proprio ignorarlo sino alla fine, la quale è come sempre una diagnosi. Per questo, abbattuto, caracollo malissimo tra le tramature del testo che dovevo cucire essendo centrato e interiormente silenzioso. Questo silenzio non si dà, lo devo imporre io, e per questo motivo sono nuovamente stanco di essere me stesso, sono stanco dell'”io”. Questa stanchezza non mi sposta, così come non sposta nessuna situazione: qui risiede tutta la differenza con il mio passato, al quale torno dunque anch’io in forma nuova.
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