Non ho mai apprezzato il “genio” di Banksy: mi è sempre sembrato emblematico della norma vissuta in occidente oggi, quell’assenza di percezione del canone e del desiderio, quell’instradamento di se stessi in un’enfasi continuamente volatile, stabilmente effimera, costantemente aleatoria – una nebulizzazione del pubblicitario, un’atmosfera di estetismo che nulla ha di artistico. La performance ridotta a spettacolino che si fa spettacolone e il concetto come arma antistilistica: una griffe, un marchiare, un’arte non concettuale bensì preconcetta, concetta, concettina.
Avevo ragione: ci è cascato anche Banksy. Banksy è come Vauro.
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