I passages di Parigi nel 2015 sono affollati da tutti e da nessuno, quindi non sono nemmeno affollati. Ieri a Parigi questo nessuno mostrava il proprio volto, catafratto sulla liscissima superficie di un muro disumano e vitreo: quello di moltissimi obbiettivi di device più o meno consistenti, dagli smartphone alle telecamere professionali e addirittura all’inquadratura dall’orbita terrestre che l’astronauta femmina e italiana decide di effondere per l’etere. Sono obbiettivi che non catturano più nulla se non apparizioni effimerissime, volatili, standard, ineffettuali e non memorabili.
Sospetterei per principio di una manifestazione che avrebbe “fatto la storia”, in cui due milioni di persone senza rappresentanza al potere marciano dietro i rappresentanti al potere. La contiguità e la coincidenza tra regnanti e regnati è a dire poco infida e disprezzabile. Lo shakesperismo ha dominato l’Europa in qualità di erede della tragedia classica e non si è mai visto in Shakespeare presentarsi nella medesima scena Lear insieme ai suoi sudditi, così come Riccardo III o MacBeth o quel fenomeno di cretinismo avanzato e milanese che è Prospero. Certo, Riccardo III sta in mezzo alla “gente comune”: solo quando muore, in guerra, e mendica un cavallo. L’entusiamo dei manifestanti che applaudono uniti e unitari al cecchino sui tetti, il quale risponde salutando a mano aperta verso il cielo, è indicativo della difesa delle libertà inesistenti e dell’addio definitivo alla responsabilità implicata dalla delega di rappresentanza, che è il momento qualificante di qualunque democrazia. Quel saluto tra tetti militarizzati e basso popolo entusiasta è l’ultima immagine di un tempo spettacolare che è stato e non sarà mai più, poiché è embricato nell’attualità come alcune particelle ionizzate stanno in una nuvola vasta e indeterminabile nella sua forma per chi sta all’interno. Il Negro Potente Che Apre Il Corteo è l’omìno passato all’evidenziatore, capace di giustificare la pallidità del testo e del contesto, la sua stralciabile secondarietà, la penuria di segno. Il premier italiano – pare incredibile – appariva come l’unico umano in quella folta schiera di utili idioti e dannosissimi scemi: non fermava lo sguardo, il nervosismo e lo spaesamento ne contrassegnavano l’imperfezione di chi non è abituato a un tipo di spettacolo vecchio, se non antico: lo spettacolo che ha governato per almeno cinquant’anni postbellici quell’agone agonico che è stata la “scena europea”. Le parate primaverili dell’Armata Rossa esibivano un grado maggiore di ingenuità e autenticità. La spontaneità di chiunque era reclusa ieri nei tratti quadrangolari dell’autoscatto. La logica scalena del potere e dell’opposizione al potere è passata di grado, senza che due milioni di persone ne cogliessero la trasformazione o si rendessero conto che ciò che stavano propagandando era unicamente un fatto di costume. Il costume era tra l’altro tristo mesto e lacerato in più punti.
L’organismo occidentale ha segnato ieri un giorno memorabile: ha spedito un proprio occhio su una vetta di Marte, l’occhio si è rivoltato e ha restituito l’immagine di una sconfinata e nebulosa pianura, in cui il fatto organico non si può ancora stabilire se sia assente o meno, ma ugualmente viene imponendosi una lezione di storia e temporalità agli entusiasti dell’infimo umanismo della condivisione digitale: due milioni di persone fanno molto meno e molto peggio di una macchinetta che marcia insenziente alle forme di vita su un suolo accidentato da una geologia millenaria e desertificato in assenza di forme animali o vegetali.
Questa propaggine che è tutto l’occidente, cioè il fatto tecnologico, ha in se stesso il superamento spettacolare di qualunque spettacolino, che rimane tale anche se coinvolge due milioni di avventori tra il pubblico o due milioni di attori sul palco.
Il quarto stato marciava ieri su Marte, non al Campo di Marte.
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