Se si sta male e bene allo stesso tempo e i soprassalti prendono la gola e la regione dello sterno, un panico distrugge e un’intensità non definita incanta, si può sempre pensare a queste parole, che si dovrebbero meditare se anche la noia e il gelido distacco imponessero una distanza morta e rigida dai fatti della vita:
«Non mi raccapezzo di come io possa scorgere, tutt’a un tratto, questo perturbamento che mi sconvolge, una strana bellezza che mi sconvolge, quella stessa che era un po’ la ragione di ogni mia precedente fatica, una bellezza che mi devasta e di cui non intuisco l’origine o la fine, che non cresce né si consuma e, inoltre, che non è per un verso bella e per un altro terribile o che a volte sì e a volte no, né bella da un certo punto di vista e brutta da un altro, né bella qui e brutta là, come se lo fosse per alcuni e per altri no, né, questa bellezza, mi appare con un volto o con due mani, né come qualcosa che possa riferirsi ad alcunché di corporeo e nemmeno come discorso o come pensiero, né come quella che possa esistere in qualche altra cosa, in altri esseri viventi, per esempio, o nella terra o nell’aria o altrove, ma quale essa è, in sé e per sé, sempre uniforme eppure sconvolgente, a tratti più e a tratti meno, ma non per essa stessa, bensì per colpa mia, che troppo e tutta non potrei percepirla, già ora mi pare da morire… Ecco, io affermo che ogni uomo deve onorare quel perturbamento che distrugge e incanta».
Questo, dopotutto, è Platone.
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