Nello studio della cella l’enorme cranio si spalanca e va a fiorire.
Il saio di tela grossa, marrone, la chiostra dei denti serrata, la chierica che si spalanca, la calotta che si penetra a un’onda non visibile, configurata, del santo occidentale, Tommaso, fatto di fuoco di vetro, percepito in forma di cartavetra semovente, ondulatoria, egli enuncia silenzioso, abbisognando della carta pergamena grattata, mappa di mappe morte, vede l’universo spettro, la sezione dell’onda, il niente che si condensa in fuoco, le potenze che si fanno troni che si fanno cose, egli in un regno azzurrino delle potenze vede – “Ciò che si muove è stato mosso da altro, non da sé”.
Catena infinita, che non concedi soddisfazione, catena della mente che non concedi requie alla mente inquieta, nell’indefinito vai, in una direzione unica nel nero dove stiamo io e te. Quando ti incontrerò, o nero?
Ero vecchio e respiravo a fatica. I nipoti e i figli dei nipoti e i loro figli, i volti bianchi e vesti in tela, radunati intorno a semicerchio al mio giaciglio dove spremevo sudore: stavo morendo. Le ossa dolevano, il sudore non era se non era freddo. La vecchia moglie aveva abbandonato i campi. Straparlavo di fiordalisi, di messi di grano dolce. Alcuni figli avevano abbandonato il mondo. Il mio più caro in una grotta rifugiato, dove meditava il non senziente, mai più fu a me di rivederlo dato. Una bambina mi guardava. Le pupille mi pendolavano verso l’orbita alta del cranio. Lo scheletro tremava. La morte rideva, secondo il linguaggio abusato degli uomini.
Il muco cadde, ebbi molti pensieri: “Siamo umani”.
Il recipiente si distanzia.
La lingua appesantita, secca, fu la gola, di sabbia, canyon.
Era tutto azzurro era bellissimo!
Saliva si rapprese.
Si attivarono i parassiti.
Oh, carcassa, io ti abbandono, io sono ormai dimentico di te, dei figli!
Tu, mostro!, non mi hai!, non mi hai tutto!
Il volto del mio figlio ritirato nella grotta, il più caro, incrociò a me il suo sguardo dalla grotta, a distanza di anni, molti, disnodandosi da sé.
E levavano tre mattine successive nell’aria satura di polvere di pioggia i lenzuoli dove ero stato io, nel vento, dove correvano bambine a mani tese verso il sole fioco, al freddo, dando aria nella casa.
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