January 22, 2015 at 09:15PM


Ho ritrovato con certa sorpresa, prima, mentre effettuavo una ricerca che non c’entrava nulla, un brano di un libro che scrissi. Ci sono io e ci sono le donne. Ne sono stupito. Non me lo ricordavo.Lo riproduco qui di seguito:
“Con quale senso di colpa, tra una visione fosca e tuoni privi di suono io sto dimenticando e, in pari tempo, con quale senso di colpa riesco ancora a rintracciare un ricordo vago! I ricordi della colpa che ho nutrito verso le donne, tutte sepolte in me, in un corpo muto e solitario, sempre, sbattuto in eterni Natali contro la parete di un silenzio non indifferente, doloroso quindi: e di quale dolore si trattava?
Poiché è l’infinità di una donna non seppellibile se non in me e io in lei che ho cercato invano, stringendo i pugni infilati nelle tasche bucate del mio trench sporco sui polsini e sul bavero all’altezza del collo e della nuca. La testa lasciava tracce di grasso, un residuo sebaceo corrispondente alle sue secrezioni pensative. Portavo con pena, sulle spalle, il peso dell’organo più cospicuo della fisiologia umana: la testa, questa dismisura anatomica che cova il contagio, i bacilli macroscopici della malattia occidentale.
Non è una sorpresa ricordarmi sempre così: solo. Gelido. Apparentemente distaccato. Uomo di fulminee intuizioni.
La crepa che mi si allargava dentro era una dissociazione schiva, che falsificava la mia pelle e aveva congelato ogni desiderio e ogni sintomo di piacere.
La prima volta che mi ero innamorato, e riesco non con fatica a brandire con arti fantasma il brano di ricordo, avevo cinque anni e si trattava di una bambina seduta al tavolo largo dell’asilo. Cinque anni, avevo. E sognavo situazioni inesplicabili, per me, allora. Grotte umide in cui mi ritrovavo a lei insieme, con la sua testa bianca, bionda. L’albato mi perseguitava. Non conoscevo le motivazioni, le spinte e le pulsioni. Avvenivano visioni allucinatorie, ricordo, a carattere carcerario: ed ero io il recluso, e la bambina un’aguzzina che nulla faceva però. Non conoscevo grammatiche di gesti. Era un’immobilità eccitante poiché potenziale. Sempre, in quelle visioni, si era sul punto di. Stava per accadere che. Potevamo agire in modo. Non succedeva niente, tutto poteva accadere.
In questa sospensione continuata, la testa albata della bambina, desideratissima senza ragione, mi attraeva al punto che avrei inteso decapitarla e conservarla in una teca che ne impedisse ogni degenerazione. Ambivo all’eterno presente che una visione amorosa promette e non mantiene.
La vita divenne questo, dopotutto: solamente questo. Il cielo e il gigante del cielo, sì, il cielo, il tempo solo, solo l’aria: un’astrazione rinsanguata, l’uomo del pensiero.
Così il cuore si disseccava, si intorpidiva disidratato: era datato, dato per scontato. Ero una mente che pensi l’idea prima dell’idea. Non si presentava mai la possibilità che la verità ci fosse concretamente, e dipendesse da una passeggiata intorno al lago, e da un comporsi delle membra (non soltanto la testa!), o da una sosta per scrutare l’erba epatica, una sosta per guardare una definizione farsi certa e, in quella certezza, un’attesa, un riposo, nel folto dei pini litoranei.
Ho contemplato le accademie perdute in una nebbia.
Il corpo, trapassati anni e anni, si è concluso in una finzione suprema: un espediente, il gigante pensoso prono in uno spazio violaceo, perso negli sciacquii del suo liquido debordare mentale, a leggere nel suono interiore il pensatore dell’idea primigenia e inafferrabile. Che non era tale: non era un’idea, ma un urlo di amore, e tutta la rabbia per un abbandono immaginato, fattomi obliquo, adulto e molto bambino nello stesso individuo.
La prima sera che uscii con il mio amore, un’altra donna albata la cui testa androgina espandeva la sua luce con inconsapevolezza innocente ovunque, al primo bacio lei mi domandò un figlio. Il congiungersi dei corpi, il liquido secernere amore, non era tale: era la testa che guidava la macchina eccellente di un corpo finto, e uno sguardo anodino prestava attenzione alla correttezza delle mie indagini.
Le donne sono state travolte dal mio esserne travolto.
Il tono romantico, la chiaroveggenza declamata sono state la parte viva e intrinseca dell’apoteosi di questa testa che desiderava teste.
Le teste mi esplodevano dall’interno della testa.
Il mio pensiero elusivo scavalcava il corpo. La pelle, fatta pellicola, mi interdiceva ogni incontro. Non carnale eppure emozionato, perennemente, da una paura di fare male e di farmi male, mi sono compresso in una capsula, io: solitaria, carceraria come il sogno umido bambino di me davanti alla bambina bionda e luminosa.
Il mio passato infetto, tutto luce commossa nel gesto della mano (il polso che si piega, pallido!), lo sguardo nell’iride a cui la testa commina nomi e significati.
Per lei ho intonato non squisiti canti.
Questa colpa nei confronti delle donne. Sepolte con cura in me. Quanti funerali interiori, reiterati, si sono compiuti al mio interno?
I cadaveri immaginali delle donne sono salme vive e lucenti in me. Non ho risolto ancora la questione degli spettri. Io stesso, sì, sono uno spettro.
L’ardore è più puro dentro il cuore; il calore della testa è nucleare.”

da Facebook http://on.fb.me/15gFn8Y


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