January 22, 2015 at 10:04AM


A un dato punto ieri ho ricordato: me a Berlino. Stavo parlando d’altro, non stavo parlando di me, la concentrazione era su altro: era sul “me”. Perché ho interrotto tutto per dire di me? A Berlino ero un cretino in libera forsennata continua uscita, un periplo continuo e solitario, stolido e privo di parole, privo di relazioni. Eppure ero calmo. Tutto avveniva in un nitore. Quest’avventura, fatta di assenza di qualunque avventura, mi sono ricordato in seguito, io l’ho scritta. In “Italia de profundis” (minimum fax). Il ricordo è questo brano. Magari a qualcuno può interessare. Era l’estate tossica del 2007 e io…
“Nuovamente solo. Ero fuggito, con una scorta medicinale che avrebbe surclassato l’istituto farmacologico dell’ospedale locale, a Berlino. Pensando che era un utero passabile: la leggenda di una Berlino sotto renovatio sociale, formicolante di un melting pot in cui avrei potuto facilmente inserirmi, pullulante di locali dove avrei discusso di poetiche e situazioni geopolitiche, ricchissima di una vita notturna la cui fama dilagava in Europa – il luogo giusto dove difendermi. Fossi stato male, ero nel centro della sacra e benedetta sterilità della mia civiltà morente (ovviamente stetti male, si contano cinque episodi di dialoghi surreali con farmacisti berlinesi che non sono in grado di interagire in inglese, mentre disperatamente chiedo rimedi per emorroidi e stipsi: l’efficienza di Filini combinata con una mimica da Mr. Bean).
Per due settimane non avevo incontrato essere umano in tutta Berlino a cui rivolgere parola. Giravo, nella vitrea contemplazione, sorprendentemente priva di lutto per lei, osservavo la gente da una distanza siderea o da una vicinanza subatomica. Le prime sere avevo fatto il mio inglorioso ingresso in club che erano gli onfalos della nightlife im Berlin. Mi erano stati segnalati da un esperto traveller (sospetto un turista con interessi non soltanto per i panorami e i musei…), si ricordava a memoria i nomi dei locali, i target anagrafici dei partecipanti, le eventuali specialità che caratterizzavano questi supposti templi del divertimento europeo. Io entravo come un batterio inerte in un corpo ospite. Ero l’ultracorpo invisibile. Prendevo una birra, un superalcolico, cercavo zone umane in cui percepire la fessura di entrata, cercavo con tutta l’acribia che la mia finissima psicologia mi consente. Calcolavo attoniche, prossemiche, individuavo i leader di gruppo. Mi avvicinavo in momenti topici, con tattiche da guerriglia dei bottoni: il momento del brindisi, ciclico, era la fessura, aggiungevo il mio bicchiere a quello di una compagnia sassone e ululavo che l’Italia li salutava, con il ritorno di sguardi vitrei o, nel migliore dei casi, inquietantemente interrogativi.
Di sera in sera scalavo verso detini sempre più miserevoli.
Ero finito per accucciarmi in un centro sociale in pieno Mitte, abnorme nelle sue dimensioni: una specie di antro di Efesto a più piani sventrati, un colosseo coperto, dove da più punti convergeva verso il centro la musica new-metal di più complessi, invariabilmente onde sonore sempreguali, irritanti, disarmoniche, la degenerazione finale dei Kraftwerk sotto i miei orecchi che già avvertivano l’approssimarsi dei sintomi dell’otite cronica bilaterale. Mi ero accucciato con le spalle al muro graffitato come sono graffitati i muri a Garbagnate oltre che a Berlino, accucciato a terra, sul pavimento cementificato lercio, una superficie che ricorda in forma contemporanea la pavimentazione lignea e cosparsa di pozze di birra e polvere della locanda che il K. del Castello kafkiano osserva abbracciato a Frieda, nascosti sotto un tavolo. La differenza tra me e K., che non si può definire un campione di seduzione e buonasorte, è che, con K., Frieda ci sta – accanto a me ho due Frieda che invece non ci stanno. Fatta salva la radiazione metafisica di K., io risulto più sfigato della creatura kafkiana. Ho scelto di accucciarmi accanto a due Fride per un motivo letterario. In Italia una certa letteratura aveva riscoperto la figura della “ninfetta”: era molto di moda questo nabokovismo politically correct, perché certo non si aveva il coraggio del confiteor radicale, e quindi della fantasia pedofila messa su carta. Si ironizzava, ma il fatto era questo: nelle pagine celebratissime di certa narrativa italiana, impazzava la “ninfetta”, cioè il desiderio di scopare, per non si sa quale supposta perversione. La verità era che si trattava di una narrativa moralista. E che la critica peggiore e più maliziosa aveva recepito questo elemento che le è quintessenziale: il moralismo e la violazione beghina di tabù immaginari e molto, molto borghesi. Alessandro piperno, che è un mio amico, era indubitabilmente il consapevolissimo capofila dell’approccio narratologico alla “ninfetta”. Lo seguiva un codazzo che si immolava a una memoria mitologica, del gesto esistenziale mitologico, laddove l’aggettivo ha la sua collocazione ideale nel binomio del “mitologico Gilda”, il locale romano delle “ninfette”. La “ninfetta” come traccia di una vita trasognata ma comunque vita, e vita raccontata in letteratura, dove il confronto con se stessi, il proprio padre e tutti i momenti topici del romanzo borghese, che è morto e quindi trionfa nei gusti facili di un pubblico che rimpiange quando era borghese, trovano un’appropriata sede nostalgica e celebrativa.
Dunque sono due ninfette che paiono uscite dal Leoncavallo in un transporter di Star Trek, e approdate alla parete taggata dove mi accuccio io. Non raggiungono i vent’anni. Sono tedesche. A me, delle “ninfette”, non me ne frega niente. Però mi piace sentirmi Piperno, tentare la chance esistenziale offerta dal romanzo di Alessandro Piperno. Quindi dirò che la loro pelle serica, violata disgraziatamente da piercing labiali e da tatuaggi sugli avambracci lisci, quella pelle bianchissima, quello sguardo talmente innocente nel suo tentativo di apparire rotto ormai già a tutte le possibilità denutritive dell’esistenza, il loro apparire come punkabbestia prive di punk e di bestia, il lento dondolìo della gamba accavallata di una di loro, una gamba fasciata da una calza strappata appositamente, quello stralcio di carne priva di peluria, quel movimento bambino e grossolanamente peripatetico, il loro abboccare la bottiglia di Ceres, occasionale, il sussurro e l’arrochimento inatteso del loro colloquio, il gorgoglìo argentino delle risate che facevano esplodere dopo battute che non dovevano esserlo, la traiettoria delle loro valutazioni di caccia al maschio che puntavano nella folla discontinua al centro di questo Colosseo oscuro e prometeico – beh, tutto ciò emanava un certo magnetismo che avrebbe colpito Piperno, e quindi colpiva anche me.
Dopo un periodo di valutazione circa il momento adatto a rompere la distanza con le due Fride (periodo calcolabile secondo i metri in cui si contano stratificazioni cenozoiche), irrompo, io, il palesemente vecchio, il lubrico che si annuncia come tale al suo primo apparire, l’italiano che fa la cosa giusta che fanno gli italiani all’estero. Formulo, cioè, mentre stanno parlando tra loro, la domanda in raffinato idioletto anglosassone: “Speak english?”.
Giuseppe Genna.
Le ninfette.
Speak english.
A sorpresa mi rispondono che sì, parlano inglese, non sembrano rifiutare l’approccio del lubrico che non sono e che evidentemente percepiscono che non sono. Quando ti approccia Filini, se sei una donna, immagino che ti colga un moto di pietà. Così posso accedere a una domanda successiva e il raffinato scrittore Giuseppe Genna, quello che ragiona sugli archi voltaici che portano da Eschilo a Hugo attraverso Dante e Cervantes, chiede: “Cosa fate?”.
Cosa fate.
“Ora o nella vita?” risponde la Frieda più lontana, che è anche, ovviamente in quanto mi ha risposto, la più brutta delle due.
“Nella vita”.
Eschilo, Dante, Cervantes, Hugo.
“Università” risponde la Frieda più vicina.
“Alla Von Humboldt?” chedo. Ah!, le mie competenze berlinesi: so che l’università su iegarten, dove passa ogni anno metà della società occidentale sviluppata, è intitolata per me incomprensibilmente a Von Humboldt. Calcolo che, se dico che lì insegnavano Hegel e Schopenauer, e mi dilungo sul fatto che il secondo arrostiva internamente per ustioni da astio biliare in quanto Hegel gli lasciava cinque studenti, darei l’impressione di essere tra la guida turistica e Luciano Onder, l’esperto di prostata del Tg2.
Le due Friede si guardano reciproche, poi risponde la Frieda più brutta: “Ma adesso lasciamo”.
“E perché? Cosa fate? Lettere? Filosofia?”
“Lasciamo. Ci piace la libertà. Lo squat. La libertà”.
Qui Alessandro Piperno, angelo custode del momento, divarica e desertifica la mia fantasia. Qui assumo il peso plumbeo mio proprio, che mi fa desumere che mai una donna potrà amarmi. Perché alla parola “libertà” è come se impazzissi, visto che pronuncio la domanda orfica: “Scusate: libertà da cosa e per fare cosa?”.
E’ istantaneo. Le due Friede si guardano, calcolano, una frazione di tempo brevissima, si alzano, se ne vanno, neanche un saluto, è ovvio, raggiungono un gruppuscolo di ragazzi che si dirige verso uno dei sette complessi new-metal che vomitano conati sonori.
Torno al Jolly Hotel dove alloggio.
Da allora, cerco di stancarmi il più possibile durante il giorno, percorrendo a piedi Berlino, ovunque, solo, muto, senza lavoro, vitreo, trapassato da immagini, studio la sede della Stasi e il museo relativo, che sta dall’altra parte della città, compio ricerche per il libro su Hitler e per quello su mio padre, che aveva fatto un viaggio nella Repubblica Democratica Tedesca e quando è morto, sgomberando la carta, io avevo compiuto la scoperta sorprendente, che ribaltava tutto…
Oltre ai camerieri dei ristoranti, rivolgo la parola soltanto a due esseri viventi. Sono due americani che hanno aperto un negozio di magliette. Sto con loro un giorno intero. Le magliette che producono sono a più colori, ma invariabilmente è riprodotta in ogni maglietta, al centro dello sterno, la sagoma profilata del massimo illuminato del Novecento, l’induista Ramana Maharshi, il rivivificatore dell’Advaita, la metafisica non-dualista che prescinde da ogni metafisica e costituisce il centro a cui tutte le vie metafisiche tendono. Questi due americani non sanno un grammo di Ramana Maharshi, ma ne sono rimasti rapiti. L’incasso medio della giornata è venti euro. Vengono uno da New York e la sua ganza dall’Oregon. Mi parlano di politica con la maturità con cui affronterebbe il problema uno dei Teletubbies. Sono due Teletubbies usciti da Into the Wild di Sean Penn. Coincidenza vuole che stiano leggendo l’edizione tedesca di un mio thriller. Devo connettermi a Internet per provare che davvero sono io l’autore. Da quel momento, mi si spalancano le porte: dialoghi da Teletubbies à go go.
Perché?
Venti euro al giorno.
Mi dicono di passare l’indomani, ci sarà una festa, l’ultracorpo Piperno torna ad affacciarsi, con fare da Cupido, dalle nuvole pannee delle mie aspettative.
La festa è composta dai due Teletubbies e da una berlinese fidanzata da dieci anni con uno dei massimi giornalisti dello Spiegel. Il giornalista arriva prima che io abbia in mente di stendere sul tappetino della competizione, come un venditore ambulante, l’armamentario dei miei pregi intellettuali. La donna è totalmente disinteressata a me, ma va detto che l’estetica è totalmente disinteressata a lei. I Teletubbies si sbronzano. Io, no.
Torno al Jolly Hotel.
Parto con un giorno di anticipo, pagando una penale insostenibile.
Arrivato a Milano, sono solo. Solo, senza lavoro. Ho riletto DeLillo e Burroughs e Melville, a Berlino. Non riesco a leggere. Non riesco a scrivere. Ho le emorroidi. Faccio la spesa al Pam. Non ho notizie di lei e di come stia. A Milano c’è soltanto mia madre. Cammino come il cowboy della Montana ai tempi di Carosello. Sembro un cowboy di Jacovitti, il per me inspiegabile autore di vignette di successo, che disegnava salami ovunque.
Quando inizio a scrivere, sto meglio.”

da Facebook http://on.fb.me/1E4KSXA


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