Sto finendo, sale l’attrito. La notte insonne ierinotte sembrava fatta di vetro. L’adrenalina scuote me in queste notti, annichilisce la calma e i vapori del sogno. Vivo sempre come il fosse il giorno successivo a un abbandono, io. Allora cerco uno sguardo, una volta ancora, inutilmente, sono incerto, sguardo che non mi vede, così credo io, così sento… Sto qui molto silenzioso tra i libri, deposti sul piano a vetro del tavolo davanti alla finestra, inondato di luce: muti i libri, come faraoni egizi, calcinati nelle copertine, consumati i dorsi. E se dovessi dire ora, mentre scrivo qui, cosa davvero avrei da dire con la mia voce un poco sempre troppo giovanile, un poco tremando, nel gelo, nel calore irradiato dalla lampada ultravioletta fuori in un bar d’inverno, io tenterei di dire la mia vita in sette poesie di Milo De Angelis. Queste:
L’IDEA CENTRALE
È venuta in mente (ma per caso, per l’odore
di alcool e le bende)
questo darsi da fare premuroso
nonostante.
E ancora, davanti a tutti, si svegliava
tra le azioni e il loro senso.
Ma per caso.
Esseri dispotici regalavano il centro
distrattamente, con una radiografia,
e in sogno padroni minacciosi
sibilanti:
«se ti togliamo ciò che non è tuo
non ti rimane niente».
*
Soltanto questo crescere
indifferente allo sguardo e pieno
di ciò che ha visto
era possibile: se ci sono
due barche
non contava il loro punto d’incontro, ma la bellezza
del cammino dentro l’acqua: solo così,
solo adesso, non spiegare.
Ed è atroce
ma bisogna dire di no alla sua fronte che
piange e non capisce, e ama
come per millenni si è amato, promettendo
in una terrazza buia, accarezzandosi
tra le foglie minacciose.
*
Interrompiamo l’antologia
e la supplica del batticuore. Riportiamo esattamente
i fatti e le parole. Questo,
questo mi è possibile. Alle tre del mattino
ci fermammo davanti a un chiosco, chiedemmo
due bicchieri di vino rosso. Volle pagare lei. Poi
mi domandò d’accompagnarla a casa, in via Vallazze.
Le parole si capivano e la bocca
non era più impastata. «Dove sei stata
per tutta la mia vita» Milano torna muta
e infinita, scompare insieme a lei, in un luogo buio
e umido che le scioglie anche il nome,
ci sprofonda nel sangue senza musica. Ma diverremo,
insieme diverremo quel pianto
che una poesia non ha potuto dire, ora lo vedi
e lo vedrò anch’io… lo vedremo,
ora lo vedremo… lo vedremo tutti… ora…
… ora che stiamo per rinascere.
*
C’è stato un compleanno, all’inizio, certamente.
Cinque candeline azzurre, i parenti mai visti,
gli evviva. C’è stato, quello c’è stato.
Il quindicesimo fu in Monferrato, ricordo,
con Luisella e Cristiana, il torneo di lotta sul Po,
il corpo vinto, il seno intravisto. E’ stato lì.
Nel misterioso tumulto si formava un’ossatura, il senso
delle ore troncate. Tutto era più vicino al sangue
che all’arcobaleno. C’è stato. C’è stato. Gli occhi
cercavano, nella materia inquieta, un’incisione.
Nel viso invecchiato di una donna, il mondo
intero appassiva. Poi, in una paladina, rinasceva. Latte
e croce. Via degli smarriti. Compito scritto.
*
«È POSSIBILE PORTARE SOCCORSO AGLI ASSEDIATI
È POSSIBILE CAPIRE L’ESTATE»
L’inizio ci assale. Volevamo capirlo
alla velocità dei morti, perdonare
le mani, quando urlano che nessuno
udrà il fruscio di queste biciclette
tra quindici anni o un rovescio di pioggia. Questo
palcoscenico impazzito sottovoce, queste toghe
in burla, che nemmeno il nostro
più storico ieri potrà recidere: nel taxi
a ferro e fuoco ecco le tappe e le abitudini
del crollo, il medesimo spavento circolare
mescolato a un valzer di spilli. Quindici isole
dopo l’infanzia. Tra poco, a Bari, aprono
le edicole. È mattino, nient’altro.
*
L’OCEANO INTORNO A MILANO
I
L’oceano lì davanti lì
davanti come un’idea a perpendicolo
o uno sbocco di sangue
nell’intervallo più piccolo
tra le tempie.
Il grigio soffre. Il gùgio non è un colore
ma un voltarsi, scrutare per terra
l’assoluta metà di ogni cosa, piegare in quattro
i pianeti della fortuna,
che dentro la tasca ci danno un confine,
come questa fila di case, d’inverno,
significa camminarci accanto, essere d’inverno.
II
Nostra Signora dei naufraghi,
I millenni non scendono più qui, viscere abbreviate,
capolinea dell’alta velocità.
Insegnando l’alfabeto con l’identica voce
che ci oscura dall’altra parte
siamo caduti dalla sedia
per un movimento sbagliato della biro
viaggiando quarantadue anni
in una scatola dello spazio, scrutando
i tempi finali dell’ossigeno,
non abbiamo chiesto l’acqua ma la sete.
*
Non è più dato. Il pianto che si trasformava
in un ridere impazzito, le notti passate
correndo in Via Crescenzago, inseguendo il neon
di un’edicola. Non è più dato. Non è più nostro
il batticuore di aspettare mezzanotte, aspettarla
finché mezzanotte entra nel suo vero tumulto,
nella frenesia di tutte le ore, di tutte le ore.
Non è più dato. Uno solo è il tempo, una sola
la morte, poche le ossessioni, poche
le notti d’amore, pochi i baci, poche le strade
che portano fuori di noi, poche le poesie.
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