January 31, 2015 at 11:41AM


Sto leggendo l’ultimo libro di Houellebecq, “Sottomissione”. Per ora non posso dire che non mi piace: proprio mi fa schifo. Non capisco cosa faccia nel testo e perché faccia quello che sta facendo. Ho letto alcune note che non saprei nemmeno se definire recensioni. Mi chiedo come sia possibile che scrittori, o presunti tali, leggano la letteratura alla luce di piccoli ragionamenti dal vaghissimo sapore sociologico, che nemmeno un giornalista normodotato orsa più pubblicare, da quando e da quanto queste cazzate è chiaro che non interessano più nessuno. “Occidente”, “nichilismo”, “noi”: come è possibile appendersi a questi ganci illusori, totalmente masturbatori e nemmeno affascinanti dal punto di vista di una morbosità immaginata e fantasticata? Ciò perché la classe intellettuale italiana, per quanto concerne la mia fascia anagrafica, è composta da gente non soltanto priva di ogni rigore, ma priva soprattutto della capacità di sentire se stessi e quindi l’altro, essendo questi costosi figuri cresciuti all’ombra delle fanciulle infiorettate che furono le loro mamme e i loro papà, di cui inesaustamente parlano, come farebbero i bimbi sospesi tra onnipotenza e mancanza di forma: soltanto, costoro sono meno poetici dei bimbi. L’infanzia protratta dei cacaminchia privi di principio di realtà: questo non è né nichilismo né profezia né noi (io, per esempio, non sono fatto così e non sento così, non sono uno splendido quarantenne, ma nemmeno pendolo tra desiderio dello Strega o del Nobel e inconsistenza psicotica). Di ciò, mi pare, Houllebecq non si occupa. E’ certo che non si sta occupando nemmeno di lingua, di fantastico e di ingaggio di sé. E’ come se qui stesse dando concrezione, più che concretezza, alla “posa Houellebecq”: l’erezione non viene più e all’ammosciamento del mebro corrisponde una polverosa sostanza esistenziale che corrisponde a flosciaggine fin troppo avvertita e franca, ma dove la franchezza è oramai una maniera. Questo libro si occupa di ieri, non di un oggi. Tantomeno lo fa in termini universali o perlomeno universalistici: non ingaggia l’attrito con l’orizzone attuale del tempo sempre a venire, del presente non storico. Non c’è attualizzazione e strappo violento dalla storia, appunto, da parte della voce che stende queste frasi anodine, richiamando il noiosissimo corredo di situazioni e borghesi e postborghesi: come va l’amore?, come va il lavoro?, come va il sesso?, come va l’economia?, come va la salute?, come va l’età? Non è vero che l’odierno è il centro di questa narrazione, ma non è vero nemmeno che lo sia quella sospensione tensiva del soggetto e del corpo di sogno che sempre si muove nella narrazione. In conclusione, il fatto è molto semplice: in questo libro, fino al punto a cui sono arrivato, non c’è poesia. Dell’ironia sulle ricette e i “bacini” non so che farmene, io voglio la letteratura, forse nemmeno voglio più quella, certo non desidero l’elenco delle tue ossessioni superabili con qualche benzodiazepina, o peggio non tollero l’ironia sulle benzodiazepine. Se sei infelice, sono cazzi tuoi. “Chi soffre non è profondo”, scriveva Milo De Angelis in “Somiglianze”. Attualmente questo poeta italiano, il massimo vivente, vale quelle migliaia di Houellebecq di “Sottomissione” e qualche milione di scrittori-della-fine che si sono occupati di questo testo, corroborati dall’onda di scandalo e adrenalina degli attentati parigini, che sono una bella iniziezione di storia per chiunque ambisca a essere lucidamente vivente in stato narcolettico, com’è il caso di questi adolescenti miei coetanei, mai pervenuti né a un umanesimo né a un umanismo. Quanto a Houellebecq, il Viagra è sempre dietro l’angolo, ma la letteratura lo attende: tollera tutto, la letteratura, anche il Viagra.

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