February 01, 2015 at 05:17PM

Mentre si moltiplicano gli studi sulla coscienza e sul funzionamento della psiche fisica, cioè della concrezione cerebrale, sono il fatto coscienziale e la vita psichica ad arretrare in uno stato di implicitudine che meraviglia perturbando, come accade in ogni tragedia, cioè come in ogni vicenda in cui vada a iscriversi il fenomeno umano. Lasciando inalterato lo statuto conoscitivo dell’atto di coscienza e concentrandosi sulle sue modalità manifeste, le scienze contemporanee dequalificano infatti l’importanza di un elemento fondamentale con cui l’umano smette di sopravvivere e incomincia a vivere: si tratta del disagio. Il disagio, psichico esistenziale o in qualunque modo sintomatico, chiama a uno spostamento chi lo avverte. La fuga antalgica e la ricerca della requie evidenziano la natura propria e semplicissima dello stato umano – che sta dove sta, cerca lo stare in quanto stare bene. Per quanto appaia un’osservazione banale e priva di enfasi, l’esito dello spostamento impulsato dalla percezione dolorosa mostra che la vis medicatrix è ovunque e sempre a disposizione dell’individuo. Così il sonno: la quiete manifesta lo stato medicamentoso, il benessere dello stato naturale conferma l’umano nello stato angelico.
La coscienza è l’invisibile evidente e l’umano è un innesto: o attecchisce o no. La sua mente è piena di stelle cadenti, ma non interessano all’uomo i fenomeni celesti: interessa il cielo. Potente sonnambulo, girovaga nonostante il sogno gli si sia dileguato. All’infinito occorre l’inesaurabile e all’umano occorrono la stanchezza e il disagio, questi maestri che educano la psiche a misurarsi con l’angustia in cui sopravvive, contenta tra gli stenti.
Se si potesse condurre una retrospettiva letteraria del fatto di coscienza, l’analogia, facoltà regina del linguaggio e dunque della mente umana, produrrebbe un’indefinitezza di metafore di questo tipo. La poesia, tuttavia, non viene considerata rigorosa in occidente da più di un millennio, nonostante i continui richiami che i grandi psichiatri novecenteschi hanno effettuato, per approfittare di quella sempre rinnovata vis medicatrix che, per le psicologie moderne, sta tutta a disposizione del paziente. Che il paziente sia il paziente o il terapeuta non importa per una scienza degli stati interiori, che non hanno bisogno di essere dimostrati o legiferati. E’ da questa scala interiore che si parte, verso qualunque direzione. Questa scala è la possibilità della terapia. Quando avviene il momento semplice e supremo della cura, siamo servi inutili: abbiamo fatto quanto dovevamo fare.


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