Il corpo può fare veramente male.
Questa affermazione è estremamente ambigua, quindi è vera.
Quando è raggiunta la massima ambiguità, che è tale per un’intelligenza, ma non per una mente, viene raggiunto un certo grado di verità: avviene che è credibile in quanto è così. Non è un fatto, ma uno stato.
Sembra sia necessario scavare dentro per risiedere in stati privi di una coerenza, la quale, in definitiva, è sempre una forma di legittimazione intelligente.
Quando il corpo fa male, la concentrazione è molto elevata e l’intelligenza è estenuata. Contro questa possibilità si elaborano delle estetiche. L’orrore è una di queste evocazioni. Sono forme apotropaiche, sono esorcismi, simulano una scala dall’intollerabile al sublime. Un piccolo amo da pesca penetra la carne e la strappa: ne emerge una poetica, addirittura. Pensavano che il corpo fosse stabile, che fosse proprio, che fosse una proprietà: erano invero posseduti dal corpo. Quell’amo, immaginato, penetra una carne luminosa, evanescente, che resta, tuttavia, e viene richiamata, con fotoni di sogno, e poi è dimenticata. Questo sarebbe il ciclo biologico individuale. La secrezione, l’escrezione, l’evacuazione, dentro lo sfinimento un ritmo, un pulsare, un aprire tenero e terribile, minimo, un chiudersi tutto in se stesso, ventricoli di universi, cardiogrammi, sigizie, apici, prolassi. La materia bruta condanna al trionfo di se stessa, presentandosi come limite o come estensione. Con infinita tenerezza si scorda dolcemente che siamo penetrabili da fasci di luce. La percezione traballa, l’umano è un gradiente di una certa febbre. Febbrile, è tremulo, dimenticando la propria stabilità, che è un’evocazione dell’indifferenza, questa suprema paura, di fronte alla quale ogni esperienza di mondo si erge quale soglia, quale frenante.
Ierisera vedevo, in una colica gastrica molto acuta, che non si respirava, soffrendo con la fibra, la carne frolla del corpo si tira per lacerarsi, il respiro è bloccato in uno sguardo fisso, lanciato dove?, dentro?, fuori?, chi stabiliva cosa era dentro o fuori? Gli spettri provano brividi? Li ravvediamo instabili, morenti, sempre sul punto di intervenire o andarsene, baluginano, non hanno niente, spossessati, nemmeno se stessi. E in quei momenti in cui la concentrazione è alta per quanto posso, privo di fatica sto, dove?, dentro un piacere o dentro un orrore? A volte procedo sembrandomi un prodotto da macelleria equina. E la stanchezza, che è una produzione del corpo e un lassismo dell’anima, sormonta il tentativo di dire o di incidere, per ricondurre tutto te stesso alla tua natura serva di stati privi di carne, privi di connettivo e colla tra le miofibrille. In quel punto giungono musiche sognate, totalmente astratte, poiché non si abbandona la presa e anche l’innaturale serve a legittimare una vita nella forma, tra le forme. La bellezza che accade quando si richiude nelle forme più controllabili questo orrore del trascinarsi via, dell’essere trascinati via: certe linee, certe geometrie gessate in un affresco giottesco, palpiti di ricordo, ombreggiature di momenti estivi a spot, reversibili, intontenti… Una piccola conchiglia che contiene un lucherino morto dalle fragili ossa di sfoglia d’oro, sul greto del fiume che entra nell’oceano a Lisbona, e parla come dal coro di una tragedia, profezie fumose si accalcano a simulare una continuità, un testo, nuovamente astratta, un’Attica da cui si emettono radiazioni di verità. Ma il corpo strappa, esiste il momento in cui è questione di materia bruta, la meditazione irriflessa avanza, non è intelligente ma fa l’intelligenza, ampia tunica nello spazio tumultuoso dove non si ha più corpo ma si è: in un certo modo, a certi gradi di febbre, si è.
Quando il corpo fa male siamo riunificati, chiamiamo i pontefici, li irridiamo.
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