Tentando il prossimo libro, cupo e atro e plumbeo:
“Abbarbicati alla radio in radica, che il preside occulta in un doppiofondo dell’armadio cieco, nottetempo, sfrugliamo l’etere, ci facciamo terapia l’un l’altro, canonizziamo. Quando intercettiamo alcune voci patentemente femminili, a prescindere dagli idiomi, che sono sciocchezzuole buone per i filosofi, i quali hanno la testa tra le nuvole e i piedi nel fondo cosmico, ci intenebriamo e cominciano i gorgoglii del silenzio: c’è una stasi, l’emissione sconcerta le nostre palpebre e le nostre manine appiccicose, stiamo lì a bocc’aperta manco fosse una madonna nera a far risuonare il plesso universale, ci pare di appoggiare l’orecchio al padiglione universale che sta esterno a conca e vibra, concreando l’universo mondo, ci piaciamo, ci diamo alle fantasie più vaporose, a lampi, le vediamo tutte, quyeste gran creature, le Femmine, tanto più intelligenti e antilopi di noi maschi, così piene di una tensione e di un medicamento che ci fa girare la testa come l’alcol denaturato che inaliamo di nascosto nei cessi sul fare del mattino, quando le albe incendiarie, questi crepuscoli al contrario che inaugurano le nostre fatiche, premono i vetri delle casupole al monte Tenda, quasi pare che spezzino e frangano ed entrino con le dita rosee a pizzicarci i lobi delle orecchie per strigliarci a dovere, doverosamente. Le albe sono saggissime. Facciamo a bella posta girare invece la voce che i crepuscoli siano idioti. Poi torniamo a ravanarci i cavalli dei pantaloni, mentre le onde radio canterine ci sballano ancora un po’ lì al buio, che sa di polvere e di aceto e per pulirla, fingiamo un bacio, chiudiamo in fretta, fuggiamo verso la camerata, siamo felici come dopo un’elioterapia o un bacio della venerata Mamma e ci addormentiamo o, chissà, stiamo lì a spiare: siamo tutti spioni un po’ di dentro, sai?”
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