Qui con la mia mamma e la mia sorellina siamo in Sicilia, secondo me potrebbe essere il 1978 o ’79. Ci portarono al mare gli zii di Marsala, Lina e Ciccio, con le cuginette Flavia e Ivana. Non so francamente se fosse San Vito Lo Capo, spiaggia che ai quei tempi mi veniva decantata come fosse omerica, lussuriosa, inavvicinabile se non da ricchissimi o strenuamente braciati da una sorte inesplicabile e diseguale, perfida infine. Alla nostra sinistra erano alcuni cabinotti in cui il fresco dell’ombra e la salsedine stimolavano fantasie confusamente sessuogene, fanghiglie strane e salate sulle pedane, attenzione a chiudere bene se si voleva cambiare il costume, ma restavano comunque feritoie ampie, la porta era stata costruita in modo da lasciare ampio spazio in basso e in alto. I bambini sono pericolosi, sono letali, sempre: lo sapevano anche in Sicilia, soprattutto in Sicilia, sapevano contenerti, sapevano surnutrire fantasmi di cattolicesimo umido e repressivo, tramite dosi indebite di silenzi nella mala ora, nella penombra delle case dove pupi spalancavano gli occhi nell’eternità, ariosteschi, sui divani, e le bambole, le bambole… Lì invece no, su quella spiaggia. Ricordo molto bene a cosa avevo pensato, rientrato lì dove avrebbero scattato questa foto a colori eppure seppiata, quella cifra Kodak degli anni in cui il pubblico trapassava nel privato, macinando con lentezza e assaporando il gusto della carne trita in cui finirono macellati i corpi privi di vita dei ragazzi in overdose, tra i Settanta e gli Ottanta: rientravo, dunque, da un lunghissimo bagno, una abluzione eccessiva, io che non mi lasciavo mai andare a eccessi, avevo giocato a Submariner, un cretino della Marvel Comics che faceva l’uomo tritone (vedi qui: http://bit.ly/1xp66IB), scatenando salsi vortici oceanici attraverso una irrazionale rotazione vorticosa dei polsi, era uno tsunami continuo in questi giornaletti dove altrattanto irrazionale era l’occasione che faceva l’intero cosmo vivente una popolazione di quell’oceano lì, dove stava Submariner con le sue cazzate di Atlantide, concetto e suggestione e mito per me già orrendi in quella non tenera età, che era non tenera perché non credo di avere mai vissuto un’età tenera, francamente – non me la ricordo e, come si vede, mi ricordo le cose molto bene. Insomma avevo questi slip gialli in costume da bagno, e anche un paio molto azzurri e un altro rosso, quelli gialli mi piacevano in quanto erano anche il costume di Submariner della Marvel Comics, irrazionalmente aveva questo costume verde e giallo orrendo e, oltre ai vortici vorticosissimi, non potei sottrarmi dal praticare la capriola in acqua, molte capriole, in quel bagnetto che si protraeva indefinitamente, e mi bruciavano le mucose nasali e si tappavano le orecchie e sentivo pulsare col rumore fragoroso e discreto cardiaco il cuore nei timpani e in particolare modo quello a sinistra: non sapevo fare queste capriole, ma dovevo, poiché il re atlantideo le sapeva fare, ma a me piacevano i vortici con le mani, non le capriole, però, se volevo fare i vortici, allora dovevo fare e sapere fare le capriole: anche lanciandomi sulla schiena, non soltanto in avanti! Sorgeva in quei momenti, ma era già sorto da molto, questo movimento di censura, interiore, intimo, una baraonda: che non c’è piacere se non si soffre, se non si merita, se non c’è dovere, assolto, l’assoluzione del dovere compiuto, questo corpo paterno fantasmatico, che appartiene al padre, qui assente in questa foto, il padre assente e molto presente nella madre, la quale non mi è mai piaciuta con quella capigliatura mossa, cosa voleva la madre?, come si permetteva di essere sessuale e con chi?, con quei capelli mossi, con quei ricci accennati, e teneva dentro l’ombra oscura paterna del dovere prussiano gelido da assolvere, lei, nel suo corpo bianco, tramortita dalla penitenza che impone un dolore precoce, cosa mi chiedeva?, di ripararlo?, ma il padre non chiedeva niente, assiso eternamente nella cucina bianca o nell’ufficio marrone, con le sue labbra violacee sottili a sorbire la minestra di acqua con il dado, il nord è freddissimo e è impossibile che non sia paterno, entrava dall’uscio nelle cabine dagli spifferi questa ventata gelida e intensa, glaciale, nel mio corpo livido di cui ravvedevo, ranocchietto, le costole eccessivamente del costato che sporge magro il corpicino, troppo infragilito e quindi troppo fragile, le eccessive gambe di mia madre di cui non apprezzavo particolarmente le eccessive caviglie, che erano un’insicurezza di lei ma non di mio padre, erano l’elemento che ne frenava la sessualità salmastra e livida, con la sorpresa dell’inserzione a sorpresa nella vita del corpicino dialettico della mia sorellina, questi stecchetti, questo volto che si allatta bevendo la luce nello sgranare gli occhi lucidi e grandi e belli di mandorla nel bianco della luce che stava in tutta la saliva del mondo sulle labbra, tranne quando aveva questa espressione che ha nella foto, cioè la sua altra espressione, da Danny Kaye comico stranissimo con questa bocca mobile di lato in una smorfia per fare i suoni di strane vocine e animali, i versi, tutto, una aguzza furbizia, una astuzia, una generalità molto particolare della mia sorella. E ricordo subito dopo quello scatto sulla spiaggia, strane spugnette di mare più avanti verso lo sciabordìo dell’onda, molto poche spugnette, rare, rispetto alle altre spiagge sicule che vedevo, ma lì era ombra, era più divertente, mi piacevano gli zii Lina e Ciccio, li invidiavo, si sentiva una ricchezza assoluta, qualcosa vicino alla famiglia Agnelli che in quegli anni della mia vita aveva tutto, tutto, tutte le cose, mio padre non c’era, dov’era, era triste come sempre o troppo allegra mia madre, la mia sorellina innocente che andava verso la malizia dell’esperienza e io, che sentivo troppo e sapevo che andavo verso una insenzienza, ero costretto a stare attentissimo, una vigilanza continua, perpetua, aguzza, furba, astuta, un Robin Hood senza poveri e senza foresta e senza regno e senza re. E dai sacchetti, mi pare, estrassero, ne sono certo, queste due teglie, scoprendo con i panni bianchi a righe e quadretti e marroni e verdi, queste melanzane, questa parmigiana, questa pasta al forno, estremamente buona, con i complimenti di mia madre triste e senza mio padre, senza contenzione, senza contenimento, della vergogna, dell’imbarazzo di stare lì, questa familiarità, questa famiglia, quanto volevo andare via, quanto volevo restare lì sempre, per sempre, essere dimenticato, una cosa, in un angolo, avevo letto il poeta Alfonso Gatto e non mi bastava niente, non mi bastava tutto. Finché fu detto addio a tutto questo: addio, parole, sorelle inutili, addio.
da Facebook http://on.fb.me/1GHh3dJ
Scopri di più da Giuseppe Genna
Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.